26 febbraio 2005

 in giardino

il bucaneve

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26 febbraio 2005

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prigioniero

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prigioniero

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Perchè?

Mi son convinto che forse (convinto che forse è una convinzione del tipo “incrollabile”) è giunta l’ora di affrontare l’ipotesi di trovare argomenti atti a delineare possibili risposte alla plausibile ma pur sempre inquietante domanda che da tempo mi frulla nel (o per il) cervello e dintorni e cioè: perchè mi sono fatto un blog?? Non in senso sessuale, ovviamente, né in sesso sensuale ma nel costrutto di un senso speciale o del denso che da senso e genera consenso.
Perché posto quel che posto?
Posto che ci sia posto perché posti (attenzione: verbo, non plurale) quel che posto si può dire che a questo posto mancavo solo io che posto?
Tutto nasce dal supposto (!!) che in realtà ci sia del posto.
E allora posto!
Da qui la nascita dell’intima necessità di verità sfociata nell’idea di intervenire con questo che oggi posto e il cui titolo potrebbe essere, anzi è:
“Perchè mi sono iscritto a fare un blog.” (non è un italianissimo puro, però rende.)
Abbreviato: “Perché?”.
Tutto al fine di darmi una risposta ad una domanda che già mi sono fatta (ehh no! non è la stessa cosa che stai pensando tu! Hey… quando l’ho scritto, ieri, sapevo che cosa pensavi tu ma oggi che rileggo prima di postare (già, perché ho anche riletto!) non mi ricordo più, però devo lasciare! Per onestà intellettuale.) per togliermi dalle ambasce di questo dubbio che mi nasce ed attanaglia la mia mente come un boa attorcigliato ad un parente (stretto).
Stretto il parente, non il boa. Certo, anche il boa è stretto! Ma io sottolineavo la strettezza (o strettitudine?) del parente e comunque… occhei?
Eh! Perché?
Perché? Boh, ho perso il filo.
Ah ecco: perché mi faccio il blog…
Eh! Perché?
Io non lo sapevo che esistevano i blog; ero rimasto a blob.
E devo dire che blob mi piace di più di blog… come parola… ti lascia la bocca più soddisfatta; blog c’ha quella “g” gutturale (senti che suono raggutturaleggiante!); diciamo a coda tronca che la bocca resta insoddisfatta, come se gli avessi cavato il bicchiere durante il sorso.
Invece blob… senti che soddisfazione blob bob lob blub pub lup op blupop plip plop poop puppù… no puppù no. Occhei, no.
Comunque è chiaro, no? Ecco, mi perdo in continuazione…
Ehhh!!!
Ci sono e basta! e non è che ci faccio! occhè?
Poi comunque l’avevo sentito o letto da qualche parte… dei blog… diari, di gente che scrive… e che si de-scrive? Ma che c’avrà da scrive? Quello che vuole, liberamente! Cazzo! mi sono detto (ero tra me e me, un po’ stretto, non ponendomi problemi di etichetta, in inglese: label, in italiano: labello… cura la screpolatura del labbro e ti fa bello). Ma allora è proprio una cazzata! Prima mi sembrava che fosse, poi mi sono abbastanza convinto che era. Oggi è.
Ma allora… “C’è posto per me!”
E infatti, come ho scoperto come si fa, mi ci sono messo.
Che poi non era difficile come scoperta.
E’ che io cercavo blob per via di quel senso di pienezza del cavo orale… occhei, occhei.
Ma perché? mi ci sono messo.
Per scrivere cazzate, no! Le cazzate più cazzate immense e spaventose cazzate che mi fossero passate per la testa. Un campo di marte dove poter sparare cazzate e cazzatone, bombe a grappoli di cazzate, missili a testa di cazzate multiple, cazzer bomb, cazzate tric trac, cazzat’a muro, cazzate a scoppio ritardato… una santa barbara di cazzate….e…eee… e la cazzat’atomica e la cazzata maradona!
Mi sono riproposto di sparare una cazzata così paurosa, ma così paurosa che… che…

chiaro no? proprio una cazzata.
Scusatemi ma devo scrivere cazzata (o termini affini)
almeno 50 volte, una volta in più di quante volte Bush a detto libertà. Una specie di duello di cazzate in libertà… o di libertà della cazzata.
Per il momento sono a 21.
Forse poi raggruppo quelle che mi mancano alla fine, per chiudere il conto.
Allora ho incominciato.
Nome e cognome, vabbè, profilo (e qui la cazzata aleggia, conciso: cazzaggia, variante cazzeggia: da cui il sottotitolo del mio blog) e giù il primo pensierino.
Da allora agg p-rdut o suon-n e a fantasia (ho perso il sonno e …).
Vivo in funzione del blog. Vivo in un blob. Una cazzata vivente.
Le novità sono le prime due.
Avrei voluto parlare di Berlusconi: altezza, capelli, bandana, dinero, ville, amanti…no: di amanti non si parla mai! Ma Berlusc’avrà la sua Monica? Comunque avrei voluto parlare di Berlusconi ma ogni volta che mi accingo a farlo mi viene in mente che è stato eletto, come Cicciolina, e ha preso ancora più voti di lei pur addirittura sembrando che non c’ha manco l’amante!
Allora parlo dell’opposizione… ma non ho sufficiente cognizione e facoltà di divinazione per affrontare il tema dell’astrazione.
Parlo del tempo! Lo fotografo sul posto, poi lo posto e sono a posto.
Allora parlo di te. E chi ti conosce?
Allora parlo di me! Bello, parlo di me. Che libidine! E mi dipingo con i colori dei miei umori: oggi azzurro col pensiero un po’ ricurvo; poi giallino mentre mangio un mandarino; forse rosa in compagnia della mia sposa; un po’ rosso mi dimeno dentro un fosso e poi verde trasognato immezzo all’erbe; bianco col mio spirito al mio fianco oppure nero, come quando più non c’ero.
Ho finito i colori!
Cazzata! Sono a 26.
Cazzata! e 27. Vado fino a trenta: cazzata, cazzata, cazzata!
Quando ripeti una parola tante volte d’un tratto sembra perdere familiarità, risulta nuova nel significato e nella fonia e anche stranamente strana, richiama assonanze… cazzata, aizzata, mazzata, stramazzata, palizzata, attrezzata, strapazzata (ma pazzata no!), traumatizzata, neutralizzata, atomizzata, sminuzzata, naturalizzata e snaturalizzata, organizzata e disorganizzata, sgozzata, stazzata, localizzata, nuclearizzata e denuclearizzata, … cazz, pazz, jazz,
Insomma, mi sono fatto un blog per esserci: nel blob.
Era necessario? Probabilmente no.
E’ utile? Dipende: a chi?
Si poteva farne a meno? Quasi certamente sì.
Ma sono qui…
Ma sono…
Ma…
M…
Cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata, cazzata…
Cazzata!

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Perchè?

Mi son convinto che forse (convinto che forse è una convinzione del tipo “incrollabile”) è giunta l’ora di affrontare l’ipotesi di trovare argomenti atti a delineare possibili risposte alla plausibile ma pur sempre inquietante domanda che da tempo mi frulla nel (o per il) cervello e dintorni e cioè: perchè mi sono fatto un blog?? Non in senso sessuale, ovviamente, né in sesso sensuale ma nel costrutto di un senso speciale o del denso che da senso e genera consenso.
Perché posto quel che posto?
Posto che ci sia posto perché posti (attenzione: verbo, non plurale) quel che posto si può dire che a questo posto mancavo solo io che posto?
Tutto nasce dal supposto (!!) che in realtà ci sia del posto.
E allora posto!
Da qui la nascita dell’intima necessità di verità sfociata nell’idea di intervenire con questo che oggi posto e il cui titolo potrebbe essere, anzi è:
“Perchè mi sono iscritto a fare un blog.” (non è un italianissimo puro, però rende.)
Abbreviato: “Perché?”.
Tutto al fine di darmi una risposta ad una domanda che già mi sono fatta (ehh no! non è la stessa cosa che stai pensando tu! Hey… quando l’ho scritto, ieri, sapevo che cosa pensavi tu ma oggi che rileggo prima di postare (già, perché ho anche riletto!) non mi ricordo più, però devo lasciare! Per onestà intellettuale.) per togliermi dalle ambasce di questo dubbio che mi nasce ed attanaglia la mia mente come un boa attorcigliato ad un parente (stretto).
Stretto il parente, non il boa. Certo, anche il boa è stretto! Ma io sottolineavo la strettezza (o strettitudine?) del parente e comunque… occhei?
Eh! Perché?
Perché? Boh, ho perso il filo.
Ah ecco: perché mi faccio il blog…
Eh! Perché?
Io non lo sapevo che esistevano i blog; ero rimasto a blob.
E devo dire che blob mi piace di più di blog… come parola… ti lascia la bocca più soddisfatta; blog c’ha quella “g” gutturale (senti che suono raggutturaleggiante!); diciamo a coda tronca che la bocca resta insoddisfatta, come se gli avessi cavato il bicchiere durante il sorso.
Invece blob… senti che soddisfazione blob bob lob blub pub lup op blupop plip plop poop puppù… no puppù no. Occhei, no.
Comunque è chiaro, no? Ecco, mi perdo in continuazione…
Ehhh!!!
Ci sono e basta! e non è che ci faccio! occhè?
Poi comunque l’avevo sentito o letto da qualche parte… dei blog… diari, di gente che scrive… e che si de-scrive? Ma che c’avrà da scrive? Quello che vuole, liberamente! Cazzo! mi sono detto (ero tra me e me, un po’ stretto, non ponendomi problemi di etichetta, in inglese: label, in italiano: labello… cura la screpolatura del labbro e ti fa bello). Ma allora è proprio una cazzata! Prima mi sembrava che fosse, poi mi sono abbastanza convinto che era. Oggi è.
Ma allora… “C’è posto per me!”
E infatti, come ho scoperto come si fa, mi ci sono messo.
Che poi non era difficile come scoperta.
E’ che io cercavo blob per via di quel senso di pienezza del cavo orale… occhei, occhei.
Ma perché? mi ci sono messo.
Per scrivere cazzate, no! Le cazzate più cazzate immense e spaventose cazzate che mi fossero passate per la testa. Un campo di marte dove poter sparare cazzate e cazzatone, bombe a grappoli di cazzate, missili a testa di cazzate multiple, cazzer bomb, cazzate tric trac, cazzat’a muro, cazzate a scoppio ritardato… una santa barbara di cazzate….e…eee… e la cazzat’atomica e la cazzata maradona!
Mi sono riproposto di sparare una cazzata così paurosa, ma così paurosa che… che…

chiaro no? proprio una cazzata.
Scusatemi ma devo scrivere cazzata (o termini affini)
almeno 50 volte, una volta in più di quante volte Bush a detto libertà. Una specie di duello di cazzate in libertà… o di libertà della cazzata.
Per il momento sono a 21.
Forse poi raggruppo quelle che mi mancano alla fine, per chiudere il conto.
Allora ho incominciato.
Nome e cognome, vabbè, profilo (e qui la cazzata aleggia, conciso: cazzaggia, variante cazzeggia: da cui il sottotitolo del mio blog) e giù il primo pensierino.
Da allora agg p-rdut o suon-n e a fantasia (ho perso il sonno e …).
Vivo in funzione del blog. Vivo in un blob. Una cazzata vivente.
Le novità sono le prime due.
Avrei voluto parlare di Berlusconi: altezza, capelli, bandana, dinero, ville, amanti…no: di amanti non si parla mai! Ma Berlusc’avrà la sua Monica? Comunque avrei voluto parlare di Berlusconi ma ogni volta che mi accingo a farlo mi viene in mente che è stato eletto, come Cicciolina, e ha preso ancora più voti di lei pur addirittura sembrando che non c’ha manco l’amante!
Allora parlo dell’opposizione… ma non ho sufficiente cognizione e facoltà di divinazione per affrontare il tema dell’astrazione.
Parlo del tempo! Lo fotografo sul posto, poi lo posto e sono a posto.
Allora parlo di te. E chi ti conosce?
Allora parlo di me! Bello, parlo di me. Che libidine! E mi dipingo con i colori dei miei umori: oggi azzurro col pensiero un po’ ricurvo; poi giallino mentre mangio un mandarino; forse rosa in compagnia della mia sposa; un po’ rosso mi dimeno dentro un fosso e poi verde trasognato immezzo all’erbe; bianco col mio spirito al mio fianco oppure nero, come quando più non c’ero.
Ho finito i colori!
Cazzata! Sono a 26.
Cazzata! e 27. Vado fino a trenta: cazzata, cazzata, cazzata!
Quando ripeti una parola tante volte d’un tratto sembra perdere familiarità, risulta nuova nel significato e nella fonia e anche stranamente strana, richiama assonanze… cazzata, aizzata, mazzata, stramazzata, palizzata, attrezzata, strapazzata (ma pazzata no!), traumatizzata, neutralizzata, atomizzata, sminuzzata, naturalizzata e snaturalizzata, organizzata e disorganizzata, sgozzata, stazzata, localizzata, nuclearizzata e denuclearizzata, … cazz, pazz, jazz,
Insomma, mi sono fatto un blog per esserci: nel blob.
Era necessario? Probabilmente no.
E’ utile? Dipende: a chi?
Si poteva farne a meno? Quasi certamente sì.
Ma sono qui…
Ma sono…
Ma…
M…
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Cazzata!

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veramente tremendo…

Come un ferro indifferente che, perché lontana passa una corrente,
diventa calamita mutando la sua vita e attira e respinge a sé quel che diverso è e quel che non lo è.
Come un vetro che va in frantumi percosso da una nota che lo induce a risuonare finché lo fa scoppiare.
Come lo stomaco che dondola col mare fino a diventarne il suo stesso male.
Così il vento mi fa vibrare.
Mi sposta il sentimento e lo trasforma in un tormento che attira a sé nuovo tormento ed allontana ogni ravvedimento.
Sembra tutto frantumare e tutto sembra debba scoppiare.
Odi un lamento fuori ed invece l’urlo è dentro.
Viene da lontano, porta con sé l’ignoto e me lo rende noto.
Se ne va, lontano, portando via con sé qualcosa anche di me.
Nel suo lontano.

Porta grida e fracassi che mi colpiscono come sassi.
Per il tempo in cui soffia sembra non lasciarmi mai, né alcuna libertà di mossa.
Poi si prende le mie urla e il suo fracasso e se ne va, smargiasso!
In un angolo, coatto, le minacce di restare sto ad ascoltare e ad aspettare il suo via andare:
il vento mi fa traballare.
Si è alzato il vento…
e sembra che sia fuori. Invece è dentro.

… un post veramente tremendo

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