ruggero

Il presidente George W. Bush e Colin Powell stanno facendo quattro chiacchiere in un vecchio pub.
Un giovane li vede, va dal barista e gli fa:
– Oh, ma quelli non sono Bush e Powell?
– Eh si . . . – risponde il barista.
Il giovane insiste:
– Ma che ci fanno qua?
Bush lo sente e gli risponde:
– Stiamo progettando la terza guerra mondiale! Vuoi dare un’occhiata?
– FIGO! – dice il giovane – Come inizia?
Bush apre una cartina geografica e mostra al giovane l’Iran:
– Ecco, vedi, in questo punto del mondo noi faremo fuori 40 milioni di arabi più una bionda con due enormi tette!
Il giovane, un po’ perplesso, chiede:
– Una bionda con due enormi tette??? Ma . . . ma . . . chi è? E perché la fate fuori?
Bush con aria soddisfatta si gira verso Powell, gli da una pacca sulla spalla e commenta:
– Hai visto vecchio mio? Dei 40 milioni di arabi non gliene fotte un cazzo a nessuno!

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sogno nr 2

stamattina sognavo…
c’è una cena di matrimonio o… comunque di massa ed al mio tavolo ci sono due giovani uomini: uno di ferrara(?) ed uno di foligno(!).
io chiedo loro di dirmi qualcosa delle loro città o forse dico che ferrara la conosco ma foligno no. insomma che o ferrara la conoscevo già o quello di ferrara è stato esaustivo sta di fatto che la pratica ferrara si chuude mentre resta in essere la pratica foligno.
allora lui dice qualcosa e poi mi invita ad uscire.
siamo fuori, e notte, la strada è deserta, un lampione, io reggo una grossa torcia elettrica con il cui flebile raggio di luce (torcia grossa raggio flebile, boh) illumino frazioni di un televisore che si trova a poca distanza; forse dall’altra parte di quella stradina stretta.
lui, il giovane, regge una macchina fotografica o forse una telecamera; la regge con le braccia verso il basso appena inarcate davanti al corpo, all’altezza della vita, con l’obbiettivo rivolto verso l’alto, verso il cielo come a captare un segnale di un qualche satellite…
nelle parti illuminate dalla torcia il televisore si illumina a sua volta e mostra le immagini di una cittadina vista dall’alto, da molto in alto, tipo google earth.
l’immagine si mostra per frazioni secondo il movimento della torcia da una zona all’altra dello schermo e se mi tremano le mani trema anche lei…
arriva un tizio, da destra, grosso, camicia grigio chiaro e un berretto da poliziotto privato ma forse anche pubblico.
ha un sorriso/ghigno sulla faccia rotonda che dice il presagio di una marachella, ci sorpassa, ci guarda, si ferma, fa un passo indietro e dice, a me: buonasera… tutto bene… mi fa vedere i suoi documenti?
resto perplesso e subito mi monta il bastianesimo contrario: e perche? mi dica per quale ragione dovrei farle vedere i miei documenti!?
ah sì! dice lui, allora guardi: caccia le manette e fa per infilarmene una ad un polso.
io mi altero parecchio e la voce mi si alza concitata: va bene, se è così mi arresti e poi vedremo e voltandomi dico a mio figlio hei, chiama i giornali, le televisioni, chiama qualcuno che vengano a vedere…
il poliziotto: le ho solo chiesto i documenti!
noooo! rispodo io ormai con tono concitatissimo stile reality dei famosi misto sgarbi (… ecco ferrara!) , nooo! lei mi sta ricattando, o le mostro i documenti o mi porta in galera e io le ho solo chiesto di dirmi perché, perché mi chiede i documenti: c’è una legge? chi lo ha detto?
lui serafico (lo so è tremendo!) me lo ha ordinato il medico!
guardi: tira fuori una ricetta e su c’è scritto… due volte al dì dopo i pasti e se incontra luigi chiedere i documenti.
la mia esasperazione è a livelli massimi: e chi cazzo è sto medico?
risponde: è tizio caio, via, numero, cap… lo ho appena incontrato e gli ho chiesto i documenti.
come, penso io, questo ha incontrato un medico, gli ha chiesto i documenti e lui gli ha fatto una ricetta che deve chiedere i documenti a me!!
io i documenti non glieli do! (agitatazione massima)
allora venga con me, dice lui adesso brusco, e fa per avviarsi.
lei mi sta ricattando, questo è un sequestro davanti a testimoni oculari e indico mia sorella dall’altro lato della strada che sta assistendo, tranquilla, alla scena e, nel sogno, ha preso il posto di mio figlio che a sua volta aveva preso il posto del giovine di foligno.
un passo, che dico: mezzo passo… siamo a cesenatico, la strada e affollatissima di gente disposta ad ali ai suoi lati: aspettano il giro d’italia.
a lui ha chiesto i documenti? urlo buttandomi verso un tizio coi baffi a manubrio.
e a lui?
e a lui?
qui mi devo essere apaventato di me stesso o della situazione, mi son rigirato sotto le coperte, mi son reso conto ch’era un sogno, ho aperto un occhio a metà, l’ho richiuso e ci ho pensato su: lo ho analizzato, perché i sogni vanno analizzati, ed in un nuovo torpore…
il senso del sogno è chiaramente uno: non rompetemi le scatole!
non tu che leggi, così… in generale.
un giovine di foligno, mio figlio, mia sorella…
il giovane sono io che proprio qui son tornato su foligno.
io sono ancora io, per forza.
il poliziotto: ancora io che mi chiedo di render conto; anzi, mi chiedo addirittura di certificare chi sono.
mio figlio e mia sorella: un po’ indifferenti alla scena che gli scivola addosso?
beh, mio figlio è la continuazione di me, o la vittima del mio non sapere nemmeno chi sono, o il prodotto simbolico del mio divenire: quello che avrei voluto essere e non sono oppure quello che son riuscito a generare senza sapere come e perchè.
mia sorella: è l’unico collegamento all’origine, l’ultimo parente stretto, l’ultima memoria.
e soprattutto il medico!
chi cazzo è il medico?

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sten6

non mi sono mai sbronzato così tanto come in quel periodo.
sbronze colossali e due in particolare me le ricordo bene.
un giorno, era festivo, forse sabato o domenica o chissà che festa,  alcuni commilitoni ed io andammo a pranzo in una trattoria proprio a foligno.
in divisa, naturalmente, ed era ancora caldo quindi pantaloni e camicia.
vi ho detto come funzionava il vestiario? no?
allora: sul portone c’era sempre un piantone, un sott’ufficiale, di solito un allievo caporale tra i 17 e i vent’anni.
al momento d’uscire era d’obbligo il reciproco saluto dopodicchè lui aveva il “dovere” di accertarsi che fosse tutto in regola e, naturalmente ma con sadico piacere, provvedeva alla bisogna: fammi vedere le calze, fammi vedere le mutande, fammi vedere la maglietta… già, perché non era concesso usare capi di vestiario se non che quelli “d’ordinanza”.
e il caporalino pretendeva talora di tastare i calzini per accertarsi che fossero veramente d’ordinanza e non un tipo di uguale colore e foggia ma magari di un cotone meno ruvido.
beh, questa cosa mi dava ai nervi in un modo che non potete comprendere.
stavo alle regole, obtorto collo, ma il caporalino doveva e quindi mi chiedeva “tutto d’ordinanza?”
sì, rispondevo io e spesso lui diceva o.k., vai.
ma capitava che ci fosse uno più stronzo del solito: “fammi vedere” ti ho detto che è tutto d’ordinanza! “sì, ma fammi vedere” non ti fidi? allora vaffanculo tu, la divisa, la caserma e la libera uscita!!!
e me ne tornavo in camerata a suonare la chitarra, con un livore ed un odio dentro inimmaginabile contro quelle regole assurde, quegli idioti che le avevano partorite e contro quelle personalità insulse e bolse che godono nel poter imporre il loro miserabile potere e ancor più nel sentirsi padroni del tuo destino, foss’anche per un cazzo di paio d’ore di libera uscita.
dunque andammo a pranzo, in tenuta d’ordinanza.
c’era anche giorgio, un ragazzo della mia età, ingegnere pure lui, romano, biondo coi capelli riccetti, non alto, non particolarmente giocherellone o spiritoso, non molto aperto, serio.
in quell’occasione si comportò in un modo che so classificare solo come “eccezionale”.
si teneva un mio braccio aggrappato al collo e trascinandomi mi riportò verso la caserma, reggendomi a fatica, fermandosi per soccorrermi “in quei momenti” ed incurante del fatto che potessi investirlo con i miei efflussi, che qualche alto grado potesse vederci, sempre confortandomi e rassicurandomi che lui avrebbe pensato a me e non mi sarebbe potuto succedere nulla.
ormai in prossimità della caserma si fermò a pensare su come fare: certo non potevo rientrare in quello stato e… con quella divisa!
lui pensava e io, ma sì: diciamolo, vomitavo!
mi trascina verso un condominio, rampa box, un garage aperto: mi deposita lì, si prende le chiavi del mio armadietto, mi dice: stai tranquillo qui e non fare casino, torno subito… e se ne va.
beh, in quella situazione ho cominciato a rinsavire e un po’ ero preoccupato dell’insieme delle cose.
passa poco tempo, ma per me tantissimo, ed eccolo tornare: con un  thermos di caffè, un paio di bottiglie d’acqua, una saponetta, un asciugamano ed un ricambio completo dei miei vestiti.
siamo rimasti in quel garage per un paio d’ore a schiarirmi le idee, mi ha/sono ripulito, cambiato e poi siamo rientrati.
finita la scuola non l’ho mai più rivisto o sentito e non sono nemmeno sicuro che si chiamasse giorgio ma, ma non serve che ci si prometta amicizia per la pelle o per la vita, certe volte può essere una cosa di pochi giorni  o poche ore o un istante: eppure incommensurabile.
amicizia? o addirittura amore?

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sten6

non mi sono mai sbronzato così tanto come in quel periodo.
sbronze colossali e due in particolare me le ricordo bene.
un giorno, era festivo, forse sabato o domenica o chissà che festa,  alcuni commilitoni ed io andammo a pranzo in una trattoria proprio a foligno.
in divisa, naturalmente, ed era ancora caldo quindi pantaloni e camicia.
vi ho detto come funzionava il vestiario? no?
allora: sul portone c’era sempre un piantone, un sott’ufficiale, di solito un allievo caporale tra i 17 e i vent’anni.
al momento d’uscire era d’obbligo il reciproco saluto dopodicchè lui aveva il “dovere” di accertarsi che fosse tutto in regola e, naturalmente ma con sadico piacere, provvedeva alla bisogna: fammi vedere le calze, fammi vedere le mutande, fammi vedere la maglietta… già, perché non era concesso usare capi di vestiario se non che quelli “d’ordinanza”.
e il caporalino pretendeva talora di tastare i calzini per accertarsi che fossero veramente d’ordinanza e non un tipo di uguale colore e foggia ma magari di un cotone meno ruvido.
beh, questa cosa mi dava ai nervi in un modo che non potete comprendere.
stavo alle regole, obtorto collo, ma il caporalino doveva e quindi mi chiedeva “tutto d’ordinanza?”
sì, rispondevo io e spesso lui diceva o.k., vai.
ma capitava che ci fosse uno più stronzo del solito: “fammi vedere” ti ho detto che è tutto d’ordinanza! “sì, ma fammi vedere” non ti fidi? allora vaffanculo tu, la divisa, la caserma e la libera uscita!!!
e me ne tornavo in camerata a suonare la chitarra, con un livore ed un odio dentro inimmaginabile contro quelle regole assurde, quegli idioti che le avevano partorite e contro quelle personalità insulse e bolse che godono nel poter imporre il loro miserabile potere e ancor più nel sentirsi padroni del tuo destino, foss’anche per un cazzo di paio d’ore di libera uscita.
dunque andammo a pranzo, in tenuta d’ordinanza.
c’era anche giorgio, un ragazzo della mia età, ingegnere pure lui, romano, biondo coi capelli riccetti, non alto, non particolarmente giocherellone o spiritoso, non molto aperto, serio.
in quell’occasione si comportò in un modo che so classificare solo come “eccezionale”.
si teneva un mio braccio aggrappato al collo e trascinandomi mi riportò verso la caserma, reggendomi a fatica, fermandosi per soccorrermi “in quei momenti” ed incurante del fatto che potessi investirlo con i miei efflussi, che qualche alto grado potesse vederci, sempre confortandomi e rassicurandomi che lui avrebbe pensato a me e non mi sarebbe potuto succedere nulla.
ormai in prossimità della caserma si fermò a pensare su come fare: certo non potevo rientrare in quello stato e… con quella divisa!
lui pensava e io, ma sì: diciamolo, vomitavo!
mi trascina verso un condominio, rampa box, un garage aperto: mi deposita lì, si prende le chiavi del mio armadietto, mi dice: stai tranquillo qui e non fare casino, torno subito… e se ne va.
beh, in quella situazione ho cominciato a rinsavire e un po’ ero preoccupato dell’insieme delle cose.
passa poco tempo, ma per me tantissimo, ed eccolo tornare: con un  thermos di caffè, un paio di bottiglie d’acqua, una saponetta, un asciugamano ed un ricambio completo dei miei vestiti.
siamo rimasti in quel garage per un paio d’ore a schiarirmi le idee, mi ha/sono ripulito, cambiato e poi siamo rientrati.
finita la scuola non l’ho mai più rivisto o sentito e non sono nemmeno sicuro che si chiamasse giorgio ma, ma non serve che ci si prometta amicizia per la pelle o per la vita, certe volte può essere una cosa di pochi giorni  o poche ore o un istante: eppure incommensurabile.
amicizia? o addirittura amore?

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