cravatta blù

cravatta blà

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Pubblicato su pittura. 28 Comments »

ondaSUonda

Che notte buia che c’è… povero me, povero me…
che acqua gelida qua, nessuno più mi salverà…
son caduto dalla nave son caduto
mentre a bordo c’era il ballo…

Onda su onda
il mare mi porterà
alla deriva,
in balia di una sorte bizzarra e cattiva…
onda su onda,
mi sto allontanando ormai…
la nave è una lucciola persa nel blu…
mai più mi salverò…

Sara, ti sei accorta?
Stai già danzando insieme a lui…
con gli occhi chiusi ti stringi a lui…
Sara… ma non importa…

Stupenda l’isola è… il clima è dolce intorno a me,
ci sono palme e bambù… è un luogo pieno di virtù…
steso al sole ad asciugarmi il corpo e il viso
guardo in faccia il paradiso…

Onda su onda
il mar mi ha portato qui:
ritmi, canzoni,
donne di sogno, banane, lamponi…
onda su onda,
mi sono ambientato ormai…
il naufragio mi ha dato la felicità che tu
non mi sai dar…

Sara, ti sei accorta?
Tu stai danzando insieme a lui…
con gli occhi chiusi ti stringi a lui…
Sara… ma non importa…

Onda su onda…

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ah, viaggiare!

Quel gran genio del mio amico
lui saprebbe cosa fare,
lui saprebbe come aggiustare
con un cacciavite in mano fa miracoli.
Ti regolerebbe il minimo
alzandolo un po’
e non picchieresti in testa
così forte no
e potresti ripartire
certamente non volare
ma viaggiare.
Sì viaggiare
evitando le buche più dure,
senza per questo cadere nelle tue paure
gentilmente senza fumo con amore
dolcemente viaggiare
rallentare per poi accelerare
con un ritmo fluente di vita nel cuore
gentilmente senza strappi al motore.
E tornare a viaggiare
e di notte con i fari illuminare
chiaramente la strada per saper dove andare .
Con coraggio gentilmente, gentilmente
dolcemente viaggiare.
Quel gran genio del mio amico,
con le mani sporche d’olio
capirebbe molto meglio;
meglio certo di buttare, riparare
Pulirebbe forse il filtro
soffiandoci un po’
scinderesti poi la gente
quella chiara dalla no
e potresti ripartire
certamente non volare ma viaggiare.
Si viaggiare…

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forseno

la parola traguardo è sicuramente poco idonea ma ha dell’espliticità nell’indicare qualcosa che deve, deve!, essere raggiunto.
solo che il traguardo ha insito in sé il concetto di gara: una gara fra tanti, verso quel traguardo e chi arriva prima vince.
qui la gara c’è comunque ma è tra te e te ed il traguardo sembrerebbe essere il vivere ma non è così.
vivere è un obiettivo, più o meno raggiungibile, mentre l’unica vera certezza è che si arriva alla fine, alla fine di questa gara, all’unico traguardo certo che tutti raggiungiamo, anche senza merito, anche senza impegno.
il traguardo cambia lo stato delle cose: prima era in un modo, dopo in un altro; prima correvi dopo sei il vincitore o il perdente; e poi il traguardo sancisce una scissione temporale: prima puoi tentare, dopo è finito il tempo per poter tentare.
un obiettivo no, può essere raggiunto in modo graduale, può essere ritentato.
per esempio se uno si pone l’obiettivo di vincere un gran premio ha il tempo di prepararsi, di migliorarsi, di sfiorare la vittoria più volte e forse di vincerlo un gran premio e se poi non ci riuscisse mai resterebbe comunque l’averci provato, un po’ d’amarezza ma anche tanti ricordi e qualche soddisfazione.
se uno si pone l’obiettivo di vincere “quella gara”, chessò: la maratona di new york del 2010, allora ha una sola occasione e se fallisce quella ha fallito tutto.
noi abbiamo l’obiettivo del vivere e, obtorto collo, il traguardo della morte: che è fallimento perché l’immortalità è il mito dei mortali.
e questo traguardo, individuale, è onnipresente.
è dappertutto, tutt’intorno.
se ogni traguardo tagliato generasse un lampo di luce ci sarebbero continui bagliori tutt’intorno e con più fosse possibile allontanarsi, con un elicottero o con una capsula spaziale, con più questi lampi sarebbero diffusi e frequenti, al punto da generare un seppur tenue alone di luce distribuito a coprire tutte le terre emerse.
nell’immediato intorno spesso passano anni senza bagliori.
ma quando capita… il bagliore lo vedi!
e io l’ho visto.
non era il mio traguardo ed ora, dopo aver accolto il vincitore, è scomparso dietro l’orizzonte.
conoscevo bene il vincitore: il mio compagno di banco e non pensavo si fosse allenato a tal punto da raggiungere il traguardo così di slancio e nemmeno sapevo che quel traguardo che scorgevo col cannochiale d’oro, al limite dell’orizzonte, fosse il suo.
io proprio non ci pensavo a lui.
ora starà festeggiando la vittoria.
chissà che bevono, se bevono.
chissà se mi vede mentre mi ricordo di lui.
chissà se ci rincontreremo.
non credo.
sono sceso a terra, l’amata brianza, per la cerimonia di omologazione della vittoria, col prete, il carro, i parenti, gli amici, i fiori… senza di lui, senza un pezzetto della mia vita.
adesso mi barcameno qui intorno, come dire: me la meno in barca senza aver tanta voglia di ricominciare la navigazione e poi si perde tempo: c’è sempre qualcosa che ti riporta indietro, che ti ferma, che ti ricorda che tanto…
tanto che!?
leviamo l’ancora, valà.

motore

il vascello per eccellenza ha le vele.
o almeno… le vele sono veramente affascinanti, così bianche e morbide, riempite, tese e formate dal vento, così forti e potenti nell’azione, leggere e leggiadre nel loro manifestarsi, magiche nel catturare l’energia inesauribile del respiro universale.
mi sarebbe piaciuto averci le vele e invece no! io vado a motore!
non so nemmeno bene che razza di motore sia: né a miscela né a benzina, ne diesel né turbina, niente kerosene, niente pistoni, bielle, giranti e ammennicoli varii; nulla di tutto questo.
so che c’è una delicata ed umorale pompa che non deve mai fermarsi, uno scarico quotidiano ma discontinuo, dei filtri aerobici, linfe a circolazione capillare e continua e una centralina di controllo fatta di miliardi di miliardi di interruttori elettrici e sensori, pure quella molto delicata e soggetta all’impazzimento.
però non so che motore sia; veramente anche il vascello non so bene che vascello sia; so come si chiama: come me! e so che funziona con carburanti varii ma non a benzina o frazionamenti diversi del petrolio, anzi non funziona con alcun minerale: solo vegetali e/o animali.
nel serbatoio puoi buttarci dentro quasi qualsiasi bestia o pianta e lui, il motore, ne trae la necessaria energia per navigare.
attenzione! c’è comunque da stare allerta perché il motore ha comunque le sue preferenze, e fin qui, ma ha anche delle bizzarrie capricciose che possono degenerare in tragedie.
per esempio: fai un pieno di cicuta e… fine del viaggio! naufragio certo ed immediato.
tutte queste cose sono un po’ un problema.
se avesse le vele…  ah, se avesse le vele!!
uno: non produrrebbe scorie; due: non servirebbe nemmeno il serbatoio; tre: avrebbe vita infinita; quattro: potrebbe sempre ripartire, tornare indietro e ricominciare, magari per una via lunghissima, magari dovendo rigirare tutto il mondo ma potrebbe comunque ricominciare; cinque: non dovrebbe produrre l’energia per sé con tutti i limiti di scienza coscienza e conoscenza ma sarebbe immerso nell’energia inesauribile dell’esistente, di quel respiro cosmico che, in quanto tale, deve essere veramente vicino alla perfezione.
dice: ma tu col lasco, di bolina, strambare, cazzare, di poppa, dritta e manca… come te la cavi?
male! ma che c’entra? io non ne farei una gara e quindi non mi importerebbe di strambare da dio e forse alzerei lo spi solo per l’adrenalina del rischio e lo sfizio di riuscirci e non per battere alcuno e nessun record e, più di ogni altra cosa, non girerei in tondo intorno ad un’asta o a un triangolo.
gironzolerei sui mari, di porto in porto, di spiaggia in spiaggia solo cercando un porto più bello, una spiaggia più bianca.
invece ha un motore!! con un sistema di trasformazione del carburante, generazione d’energia, alimentazione dei circuiti ed evacuazione delle scorie che, dopo miliardi di prove tecniche eseguite nelle più disparate condizioni ambientali ed a qualsiasi latitudine, ha dato sempre lo stesso responso: vita limitata.
attenzione: non solo se sottoposto a prove di fatica, come si fa coi pezzi meccanici: anche senza fatica, anche senza far niente… vita limitata!
e quindi quel che è fatto e fatto e non si può mai ricominciare né tornare indietro nemmeno facendo il giro del mondo e oltre tutto c’è l’arrivo e anche se non vuoi sei in gara, per forza, per natura: una gara al contrario, beninteso, perché nessuno vuole arrivare primo al traguardo ma il traguardo è lì inesorabile ad aspettare e anche se freni come un disperato… niente: viene lui da te.
credo che il momento peggiore della regata sia quando per la prima volta, scrutando l’orizzonte con il cannocchiale dorato, fra un delfino e una palma in lontananza, per la prima volta appare, infinitesima, la sagoma del traguardo.

gassa diamante

mi son seduto a controllare la rotta ma il gps in questo momento fa le bizze e allora ho sfogliato un album con migliaia di fotografie del mondo, così, per immaginare come e quale potrebbe essere il mio porto d’attracco, la mia meta.
la cabina è confortevole e calda, ci sto bene seduto qui.
è tutta di mogano rosso, con le finiture d’ottone, un paio di quadri col mare dipinti da me stesso, un bellissimo barometro igrometro termometro, grande, anche lui di mogano e ottone… ma guarda tutti sti nodi! c’ho il tipico quadro/esposizione con tutti i nodi dei marinai appeso proprio qui: davanti a me.
certo che anche i nodi hanno il loro fascino! beh, no. i nodi per i nodi forse no, forse la tradizione marinaresca che si portano appresso, quella sì.
poi di per sé un nodo è un nodo, ma vuoi mettere tutta la storia che c’è dietro? e come lo facevano i greci, e come i vichinghi, come lo fanno alle figi e come in bretagna e le varianti orientali, la versione inglese, quella veneziana… insomma, si potrebbe scrivere un trattato storico su un solo nodo e partendo da quel nodo scandagliare la storia di mezza umanità.
in realtà questo si può fare con quasi tutto.
e che nomi! gassa d’amante, pugno di scimmia, del francescano, margherita, bocca di lupo, parlato, scorsoio, semplice…
la maggior parte dei nodi è concepita per consentire una facile e veloce slegatura dei nodi stessi ma non per tutti i nodi è così.
il nodo che più si stringe e poi più difficilmente si scioglie è il nodo semplice.
ma che strano! il nodo semplice, che si chiama: semplice, di semplice apprendimento, semplice esecuzione ma con la storia più lunga… non è per nulla semplice da slegare.
per avere nodi “controllabili” bisogna studiare, allenarsi, eseguire con cura.
la fretta, l’inadeguatezza o la semplicità generano nodi semplici, e non ci si slega più!
ho l’impressione che i nodi della mia vita, ormai pressochè tutti giunti al pettine, siano stati sempre semplici, a partire da quello ombelicale (sì vabbè, il cordone… il nodo…).
intendiamoci: sempre a fin di bene. il nodo si fa per trattenere, per non perdere, per conservare, per proteggere, per amore; o per possedere.
forse l’ultimo, quello del possedere, è il semplicissimo tra i semplici, non molla mai.
e fra tutti i miei nodi mai che al momento opportuno ce ne sia stato uno, dico uno, solo uno!, che si sia lasciato slegare con leggerezza, spontaneità e scioltezza.
sempre la spada di damocle!
che poi è di damocle e non mia e io non ce l’ho e non l’ho mai avuta.
così ho passato la vita a tentare di slegare questi nodi cercando di convincerli, di parlargli, di blandirli, di spiegarmi, di ingannarli.
niente da fare, sempre più stretti tranne interventi ora divini ora di raptus da disperazione.
e con la disperazione non si slega ma si strappa a morsi, si sfilaccia tutto e per farlo occorre tempo: un infinito tempo di dolore e sofferenza subita ed inferta.
ad ogni nodo.
eppure, un po’ per volta, questi nodi stanno scomparendo.
il prezzo? alto, altissimo: la mia stessa vita incapace di eseguire legature composte e articolate, sicure nella complessità dell’esecuzione e della manutenzione, ricche di storia, tradizione e futuro.
che esagerato!!
forse.

foschia

oggi calma piatta e foschia.
non è come la nebbia di amarcord e quindi non evoca la morte ma piuttosto un luogo chiuso, come una grande cupola che ti tiene prigioniero, centrato nel fuoco del suo fondarsi.
se non sbaglio quel nonno diceva “ma se la morte è così non mi piace mica”; beh, qui si potrebbe dire “mo se la vita è così… non mi piace mica”.
ci saranno un centinaio di metri di visibilità, un centinaio di metri di conosciuto prima del muro; si perde il senso del domani e si vede, ad occhi strizzati, solo fino ai prossimi dieci minuti.
l’acqua è levigata e specchiata e nel suo lento dondolarsi si divide in fusi ora lividi ora cerulei, come la foschia.
l’aria è ferma, spessa, umida e mi si deposita sulla pelle con infinite goccioline che mi hanno reso fradicio e infreddolito.
è che non so che fare!
accelerare per raggiungere al più presto quel muro e cercare di abbatterlo e superarlo correndo il rischio di ritrovarmi ad un palmo dal naso un cargo o un iceberg e di non riuscire a manovrare (che oltre tutto sono un pessimo marinaio) e di spiaccicarmici contro e naufragare… o piuttosto rallento?
anzi mi fermo e aspetto che la foschia se ne vada da sola e quel muro sparisca come per magia.
e se sono nel bel mezzo di una perenne bolla d’altabassamedia pressione che rimane così nei secoli dei secoli? con me nel mezzo ad aspettare? e che cosa? chi? la balena bianca che distrugga tutto? o quel tal godot che non si sa nemmeno chi cazzo sia!
facciamo così: continuo pari avanti un decimo, allerta ma non troppo e guardo i rametti, le pagliuzze, le bollicine e i residui varii che sfilano lungo la mia linea di galleggiamento.
io questo so fare.

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