caco

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bolle?

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bolle?

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fatto sta ed Ã¨

che mi sento come fossi alla resa dei conti
come un giocatore d’azzardo nell’intervallo che corre, proprio corre!, tra l’ultima puntata e l’ultima estrazione, l’ultimo numero fra tutti numeri uguali nel gorgo della roulette.
ah, fosse stata una roulotte! almeno avrei girato il mondo; o sarei stato fermo, nella coscienza di poter girare, a progettare il viaggio mai intrapreso?
in via dante ci sono tante bellissime fotografie, grandi ed illuminate, di località italiane e l’altra sera ci passeggiavo in mezzo: qui ci sono stato! guarda, abita proprio lì. ti ricordi che abbiamo pranzato in quella piazzetta? che bello! e guarda che mare! lì non ci sono mai stato…
è affascinante vedere tutti quei panorami, le case, le chiese, le mura colorate che si affacciano sul mare azzurro, il dedalo delle strade, le rupi scalate e le baie abbracciate… come un album dei ricordi o come un curriculum vitae, un curriculum dove l’uomo allinea ordinatamente le sue referenze, i segni belli del suo passaggio, le testimonianze del suo esserci stato e le rimira: in attesa che il croupier chiami.
manco il viaggio l’avessi fatto veramente io!

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criticismi

Cravatta Blù

Con questa serie di dipinti l’artista sembra voler puntualizzare una riflessione che lo ha visto coinvolgersi, seppur in periodi alterni, sin dal tempo in cui ha prestato il servizio di leva nell’ormai lontano 1977. Lo spirito irrequieto ed insofferente del Perrella poco si prestava ad accettare le regole di quel contesto che, ai suoi occhi, sembrava enfatizzare sino alla caricatura le istituzioni rituali (scritte o non scritte, pubbliche e private, sociali, formali, etiche e morali, affettive…) da cui già si sentiva ingabbiato e braccato nella vita civile e che ora sembravano sopraffarlo. D’altro canto, per sua stessa ammissione, il Perrella non ha mai avuto un temperamento concretamente ribelle e determinato, in una parola: coraggioso, nella affermazione di sé costi quel che costi, ma piuttosto un atteggiamento accondiscendente e accomodante, teso al compromesso per il raggiungimento di quello che lui stesso ha definito “il mio problema esistenziale” e cioè l’accettazione e l’approvazione degli altri, dei componenti del gruppo, della tribù, del contesto, del padre… di sé. Grande e faticoso è il conflitto, tutto interiore, che la coscienza della verità ed il disconoscimento della stessa comporta; mortificante e faticoso è anche il vedersi, come altro da sé, inadatto ed incapace alla lotta e sopraffatto dalla “stupidità” del sentirsi necessitato della certificazione per essere accettato ed accettarsi. Io non valgo quel che valgo perché sono ma perché tu mi riconosci quel mio valore. Fu allora che, nella caserma di Trieste, scrisse una canzone che, per assonanza con la vicina (allora) Jugoslavia, intitolò ”Situazia”. Situazia: puntualizzazione inutile, ahimè, dello stato dell’arte di quel momento, di quell’età, di quell’uomo. Situazia: che è una sorta di marchio di fabbrica, di timbro indelebile, di imprinting ancestrale con cui quell’uomo è stato ed è costretto a convivere. Il testo della canzone è una ammissione di impotenza nei confronti dell’incombere della “vita sociale” e dei suoi codici, di quegli uomini che vantano l’aver capito tutto ed in realtà hanno capito così poco e che pure, forti di prescrizioni da loro stessi fondate e della violenza (non necessariamente fisica) con cui ne pretendono l’applicazione, ti spiegano ed illustrano il “come dovresti essere”, per esserci, per essere. E l’arma è il ricatto: o fai e sei come dico io o io non ti riconosco, non ti apprezzo, non ti amo e tu non esisti, sei trasparente. Nella canzone del Perrella quegli uomini si riconoscono perché hanno, simbolicamente, “il vestito grigio e la cravatta blù”. Mai visti? Ci sono, ci sono: il padre e la madre, grandi, autorevoli, per forza meritevoli unici possessori della tua vita, unici dispensatori dell’amore a te necessario, unici oggetti della tua necessità d’amare; i professori che ti giudicano; gli innamoramenti di gioventù già così ricchi di richieste, aspettative e gelosie; gli amici superficiali o di facciata; i datori ed i colleghi di lavoro, i politici, i religiosi, i saggi, i dotti, i moralisti… i vicini di casa. Quelli che, e il Perrella li ha incontrati, arrivano alla “Convention” tutti con lo stesso modello di automobile in una o due delle gradazioni dello stesso colore grigio metallizzato canna di fucile, vestiti in uno dei due modi possibili: giacca blù e pantaloni grigi oppure completo grigio scuro, penne biro e stilografica rigorosamente del monte bianco da allinearsi sul tavolo di fronte a sé ai lati di uno dei due tipi di agenda con copertina in pelle che quel gruppo ha certificato come opportune, tutti con quell’aria da cacasentenze anche quando espongono nonconcetti totalmente inesistenti, tutti pronti ad esprimere giudizi e sputare sentenze comunque e su chiunque per tornaconto personale e anche senza tornaconto ma solo perché in quel momento quel comportamento allinea al potere o concede l’illusione di avere ed esprimere il potere: il potere per diritto, chissà da chi concesso, di giudicare il prossimo. Anni dopo il Perrella dipinse un’altra figura, rimasta sino ad ora unica: il ”Generale Blù”. Medaglie a chissà quale valore, spalline d’oro per ingigantire la figura, lineamenti non ben definiti, atteggiamento ispirato e labbra fini incurvate in giù per incutere soggezione. Eppure dal poco di quel volto si percepisce una certa vuotezza, la vacuità di uno sguardo appena colorato di verde dietro cui sembrano esserci mille certezze e nessuna coscienza. Nel primo anno del nuovo millennio il Perrella produsse una serie di acquarelli che intitolò “Giubba Rossa” perché, per sua stessa ammissione, si era dimenticato della cravatta blù ma anche perché, come dice ora, gli “uomini di potere” sanno adattarsi alle situazioni, sanno mimetizzarsi, sanno essere alla moda, sanno mascherarsi sempre e darsi una immagine moderna ed attraente. E’ in quegli acquarelli che i tratti del volto spariscono completamente e se lo sguardo è lo specchio dell’anima qui anima non ce n’è, non ci sono gli occhi, non c’è la faccia, non c’è traccia di umanità se non che per il ruolo del vestito, normalmente utilizzato per coprire ed agghindare umani. Siamo così giunti ai giorni nostri ed in questi giorni il Perrella ritorna a quell’idea con questi 40 per 40 coloratissimi ed intitolati, questa volta, "Cravatta Blù", anche quando la cravatta non è blù. Alla innegabile umana fisicità di giacca, camicia e cravatta fa ancora da contraltare una testa priva di qualsiasi connotato umano tranne che per la forma a uovo, meglio: a testa. I colori, come sempre nei quadri del Perrella, sono brillanti e decisi, puri e quasi materici, ricchi e splendenti e sono, a mio avviso, l’affiorare del sentimento di vera affascinazione, di vero Amore che il Perrella nutre per il mondo e la sua natura: il mondo, meraviglioso ed incantato palcoscenico di forme colorate sul quale e nel quale prende vita la vita. La testa sferica è anch’essa resa con colori brillanti perché gli uomini, sempre e comunque, fanno parte del mondo e della sua natura e sono anch’essi palcoscenico della vita. Ma la testa sferica non manifesta alcun senso umano, è priva della spiritualità che sembra sempre più perdersi a vantaggio dell’apparire, del potere, del denaro, della sopraffazione… della morte. Forse la spiritualità non fa necessariamente parte del palcoscenico della vita ma è un dono, che essa, la vita, può dare o accogliere e la cui provenienza o destinazione è parte determinante del mistero del vivere. Eppure, come mi ha raccontato il Perrella durante una conviviale chiacchierata seduti di fronte al mare davanti ad un affettato ed un bicchiere di Terrano, anche la morte fa parte della scenografia, ed anche il male, anche l’odio, l’assassinio, la guerra, gli stupidi… e quindi vanno dipinti con i colori spessi, belli e brillanti della tavolozza dell’arcobaleno. In questi quadri salta all’occhio l’involontario richiamo visivo a due grandi del passato: De Chirico (con i suoi manichini) e Magritte (con i suoi omini o con “Son of a Man”). Ma il manichino di De Chirico portava il valore della sapienza, come ci ricorda Chiara De Luca in “De Chirico e Savinio – Il mito come manifestazione parziale della surrealtà” dove nel 2004 scriveva: ” Nei racconti di Savinio le figure mitologiche hanno lo stesso significato dei manichini di De Chirico. Incarnano la solitudine del sapiente, del veggente, dell’uomo, cioè, che si fa occhio sulle cose…” mentre il surrealismo di Magritte s’incentra sulla ambiguità della interpretazione dell’immagine, sull’apertura a mille diversi significati che l’immagine può avere e generare, sulle infinite possibilità della realtà fino all’irrealtà. Perrella ci induce ad un diverso quesito: perché, negli sfolgoranti colori della vita, tu, proprio tu!, hai gli occhi del cuore chiusi, anzi: non hai occhi del tutto? Ma si schernisce e si sottrae a questi paralleli con i genii veri anche se i colori gli sembra di vederli almeno ogni tanto seppur a sprazzi.

Ermanno Rodolfo de Fabritiis
Roma, 27 gennaio 2007

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seme

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sigle

B&H – JPS – J&B – DeG – PM – PS – CCD – AB – BC – AC – CC – HP – Y&M – DT – DDT – H2O – PP – PPP – PPPP – PCI – PRI – FI – MSI – DN – RFC – DC – ACDC – MF&4 – THE END.

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