vu cumprà e made in Italy

E’ indubitabile che un mondo senza accattonaggio di alcun tipo sarebbe meglio di quello che c’è ora; poi bisognerebbe vedere se si può fare, come fare e chi deve fare; escluderei comunque cannoneggiamenti e campi di concentramento e/o sterminio.
Ma che il problema della contraffazione del marchio “made in Italy” siano i “vu cumprà” … questo no, questa è una cazzata totale.
In primis bisognerebbe stabilire cosa vuol dire “made in Italy”.
Vuol dire che l’hai comperato in Italia? Che è stato imballato in Italia? Che è stato timbrato in Italia? Che è stato assemblato in Italia? Che le parti assemblate erano state prodotte in Italia? Con materie prime fatte in Italia? Che vuol dire “made in Italy”?
Attenzione: un prodotto è una cosa complessa.
Se, PER ESEMPIO, ti venisse in mente un vino tieni conto di tutto quello che ci sta dietro e intorno: dietro ci stanno le viti, i trattori, la nafta, il verde rame (se si usa ancora), le botti, la manodopera; intorno ci sta la bottiglia e l’imbottigliamento, l’etichetta, l’imballaggio, il trasporto, il negozio che lo vende, l’arredamento del negozio che lo vende, la manodopera… e poi c’è l’amministrazione, la carta, i computer, l’energia e la manodopera.
Fatto 100 il prezzo di vendita di quel vino mettiamo che 20 sia il margine di utile per la proprietà (è italiana? quei soldi restano in Italia?) e 80 il costo di produzione e commercializzazione.
Secondo me quel vino è italiano nella stessa misura in cui quegli 80 di costo sono stati spesi per materie prime, macchinari, prodotti ausiliari, servizi e manodopera italiani.
Se, PER ESEMPIO, le viti stessero su una bella collina italiana ma fossero state comperate in Australia, lavorate con macchine tedesche, trattate con prodotti americani, manipolate da immigrati regolari o clandestini sottopagati e non cittadini stanziali italiani (porteranno il reddito all’estero), vinificate in cisterne francesi, imbottigliate in bottiglie slovene con etichette ceche, lavorate con energia ucraina, trasportate da camion russi e vendute da commessi inglesi in negozi con arredamento cinese… di quegli 80 di italiano cosa ci sarebbe e in Italia cosa resterebbe?
Quel vino, SEMPRE PER ESEMPIO, sarebbe “made in Italy” per questioni orografiche, per aver preso aria e sole sulla bella collina, per averci sull’etichetta “o sole mio” ma certo non sarebbe per nulla italiano da un punto di vista economico e porterebbe una ricchezza quasi nulla al bel paese.
Ora ditemi un prodotto, un solo prodotto che secondo voi è “italiano al 100%”.
La Ferrari? Naaaaa!
E’ una male? Non lo so.
Ma si può fare un prodotto 100% italiano? Non lo so!
E allora?
E allora almeno smettiamo di dire cazzate, per favore. Facciamo piuttosto una bella e semplice legge che stabilisca una volta per tutte cosa vuol dire “made in Italy”. Poi ognuno produca come meglio crede, ci mancherebbe, ma se metti la bandierina tricolore sull’etichetta ci deve essere un significato univoco, chiaro e incontestabile.
Pizza Margherita con bandierina? Grano pugliese e non canadese, mulino umbro e non turco, trasporti lucani e non russi, mucche dell’Appennino e non degli Urali, mozzarella campana e non cagliata slovacca, pomodori siciliani e non cinesi, manodopera a contratto e non clandestina, basilico ligure e non olandese, pizzaiolo romagnolo e camerieri lombardo-veneti (si possono combinare tutte le regioni italiane a piacere): altrimenti “focaccia con latticini e pomodori” SENZA BANDIERINA!

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