vu cumprà e made in Italy

E’ indubitabile che un mondo senza accattonaggio di alcun tipo sarebbe meglio di quello che c’è ora; poi bisognerebbe vedere se si può fare, come fare e chi deve fare; escluderei comunque cannoneggiamenti e campi di concentramento e/o sterminio.
Ma che il problema della contraffazione del marchio “made in Italy” siano i “vu cumprà” … questo no, questa è una cazzata totale.
In primis bisognerebbe stabilire cosa vuol dire “made in Italy”.
Vuol dire che l’hai comperato in Italia? Che è stato imballato in Italia? Che è stato timbrato in Italia? Che è stato assemblato in Italia? Che le parti assemblate erano state prodotte in Italia? Con materie prime fatte in Italia? Che vuol dire “made in Italy”?
Attenzione: un prodotto è una cosa complessa.
Se, PER ESEMPIO, ti venisse in mente un vino tieni conto di tutto quello che ci sta dietro e intorno: dietro ci stanno le viti, i trattori, la nafta, il verde rame (se si usa ancora), le botti, la manodopera; intorno ci sta la bottiglia e l’imbottigliamento, l’etichetta, l’imballaggio, il trasporto, il negozio che lo vende, l’arredamento del negozio che lo vende, la manodopera… e poi c’è l’amministrazione, la carta, i computer, l’energia e la manodopera.
Fatto 100 il prezzo di vendita di quel vino mettiamo che 20 sia il margine di utile per la proprietà (è italiana? quei soldi restano in Italia?) e 80 il costo di produzione e commercializzazione.
Secondo me quel vino è italiano nella stessa misura in cui quegli 80 di costo sono stati spesi per materie prime, macchinari, prodotti ausiliari, servizi e manodopera italiani.
Se, PER ESEMPIO, le viti stessero su una bella collina italiana ma fossero state comperate in Australia, lavorate con macchine tedesche, trattate con prodotti americani, manipolate da immigrati regolari o clandestini sottopagati e non cittadini stanziali italiani (porteranno il reddito all’estero), vinificate in cisterne francesi, imbottigliate in bottiglie slovene con etichette ceche, lavorate con energia ucraina, trasportate da camion russi e vendute da commessi inglesi in negozi con arredamento cinese… di quegli 80 di italiano cosa ci sarebbe e in Italia cosa resterebbe?
Quel vino, SEMPRE PER ESEMPIO, sarebbe “made in Italy” per questioni orografiche, per aver preso aria e sole sulla bella collina, per averci sull’etichetta “o sole mio” ma certo non sarebbe per nulla italiano da un punto di vista economico e porterebbe una ricchezza quasi nulla al bel paese.
Ora ditemi un prodotto, un solo prodotto che secondo voi è “italiano al 100%”.
La Ferrari? Naaaaa!
E’ una male? Non lo so.
Ma si può fare un prodotto 100% italiano? Non lo so!
E allora?
E allora almeno smettiamo di dire cazzate, per favore. Facciamo piuttosto una bella e semplice legge che stabilisca una volta per tutte cosa vuol dire “made in Italy”. Poi ognuno produca come meglio crede, ci mancherebbe, ma se metti la bandierina tricolore sull’etichetta ci deve essere un significato univoco, chiaro e incontestabile.
Pizza Margherita con bandierina? Grano pugliese e non canadese, mulino umbro e non turco, trasporti lucani e non russi, mucche dell’Appennino e non degli Urali, mozzarella campana e non cagliata slovacca, pomodori siciliani e non cinesi, manodopera a contratto e non clandestina, basilico ligure e non olandese, pizzaiolo romagnolo e camerieri lombardo-veneti (si possono combinare tutte le regioni italiane a piacere): altrimenti “focaccia con latticini e pomodori” SENZA BANDIERINA!

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Caro Grillo,

ti ho votato ma ti prego, tiprego! tiprego! tiprego! non dirmi che hai soldi o hai a che fare con soldi in un paradiso fiscale!
Il primo punto da affrontare è l’ipocrisia!
Il primo nemico da abbattere è l’ipocrisia!!
E mi pare (non “pareva” perché sono ancora solo voci) che tu voglia farlo.
Il secondo punto è la qualità della vita e del benessere possibile.
Il primo nemico della qualità della vita e del benessere possibile è la speculazione finanziaria.
La massima espressione dell’ipocrisia nella speculazione finanziaria sono i paradisi fiscali.
Non saranno stati mica gli abitatnti aborigeni di Costa Rica, Cayman, Santa Lucia, Isole Cook ecc. ad aver avuto la geniale intuizione di fondare banche fantasma per accogliere ingenti capitali in fuga dalla legalità!?
E l’Isola di Mann, il Liechtenstein, il Lussemburgo, la Svizzera?
E il Belgio (Membro Fondatore dell’Unione Europea) che tira a fottere i francesi offrendo vantaggi ai Depardieu di turno per essere a sua volta fottuto dal gentiluomo Putin (quello che ci vende il gas contrattato dal nostro ex premier e suo grande amico Silvio e che passa o passerà nel gasdotto “promosso” dagli stessi e del quale sono/saranno soci)??
Le Cayman hanno l’Union Jack inglese nella loro bandiera e il loro capo di stato è la Regina Inglese e anche le Isole Cook, Bermuda, le Isole Vergini… e l’Isola di Mann E’ Inghilterra!!
E San Marino è un quartiere di Rimini, CAZZO!
Sono le grandi banche europee e nord-americane che aprono sportelli paradisiaci in mezzo agli oceani. Sono le nostre banche, quelle degli scandali e a cui bisogna dare soldi a miliardi per salvarle, che portano i soldi in quei paradisi. Ci sono siti come questo http://paradisifiscaliltd.com/ o questo http://www.paradisi-fiscali.com/ che si trovano al primo colpo su Google e che spiegano come fare a fottere il mondo.
Hai capito Grillo?
Primo punto: combattere i paradisi fiscali, chi li genera, chi li gestisce, chi ci si arricchisce… fosse anche la Regina d’Inghilterra.
Capito?
E poi: se uno abita in Costa Rica e vuole aprire una società la apre in Costa Rica, ovvio.
Quella società avrà un’ipotesi di oggetto sociale, ovvio.
Magari si creano condizioni per cui sarebbe stato meglio averne 2 di società e allora apri la seconda, ovvio.
Ma 13!!
Dico 13 società per non fare nulla??
Dice: ma hanno un capitale versato minimo, di solo 10.000 € o $, non so, per società.
Cioè tu tieni 250 milioni o più delle vecchie lire fermi in 13 società, dico 13, per non fare nulla????

Il contributo minimo

Il primo punto è che deve esistere un “contributo” minimo pagato dalla comunità a tutti, sia a chi lavora sia a coloro che non hanno un lavoro o non vogliono lavorare.
La pensione minima di vecchiaia verrebbe sostituita dal contributo minimo.
Il contributo minimo verrebbe erogato a partire dalla maggiore età a patto di uscire dalla famiglia ed avviare una vita propria ed autonoma.
Il contributo minimo deve consentire un livello di vita “dignitoso” al destinatario.
Il destinatario può essere una persona singola o un gruppo famigliare; il contributo sarà versato per intero al capofamiglia e per percentuali decrescenti al coniuge e via via a figli ed altri membri appartenenti al nucleo (stato di famiglia) e condividenti lo stesso domicilio; le percentuali saranno commisurate al raggiungimento della “dignità minima” del destinatario (singolo o gruppo).
Il livello di “dignità minima” è il risultato di un calcolo sulle condizioni medie di vita nella comunità e sulle esigenze, imprescindibili, necessarie per vivere in quella comunità: quindi sicuramente una casa, cibo, acqua luce e gas, vestiti, televisione, automobile e la possibilità di una minima vita sociale: teatro, cinema, libri…
Naturalmente la casa sarà una casa popolare con il minimo numero di vani necessario e sufficiente al beneficiario; il cibo sarà di base e sicuramente non comprenderà pasticcini, caviale e champagne; il consumo di acqua, luce e gas non potrà superare un limite stabilito e trasformarsi in spreco; i vestiti non saranno griffati ma semplicemente adatti alla loro funzione di base, ecc…
Il contributo minimo è una condizione costante per tutti i cittadini, per tutta la loro esistenza in vita, e la retribuzione da lavoro è sempre una aggiunta a quel contributo.
Se il contributo fosse di 1.500 €/mese, il lavoro X (centralinista, ingegnere capo o ministro) genererebbe un emolumento aggiuntivo; per esempio 1.000 €/mese.
Quindi il cittadino percepirebbe 1.500 €/mese di contributo minimo dallo Stato e 1.000 €/mese di addizionale dal datore di lavoro, per un totale di 2.500 €/mese; la tassazione non potrà mai superare il 50% (?) della quota da lavoro (1.000 €/mese nel nostro esempio) e questo “modo” impedirebbe il perpetrarsi di crimini del tipo “incasso sia il contributo che lo stipendio” perché lo stipendio è sempre al netto del contributo.
La tassazione abbatte l’onere dello Stato, sopra un certo livello di stipendio lo annulla e oltre genera i fondi necessari allo Stato per svolgere tutte le sue attività.

La giustizia deve essere gratuita (a carico della comunità), in tutte le sue forme e in tutti i suoi livelli, per tutti i cittadini, perché è una delle massime espressioni di civiltà di una comunità.
La giustizia deve essere progettata in funzione della gravità del fatto in giudizio: un conto è un omicidio o una bancarotta fraudolenta e un conto è una lite condominiale o un ritardato pagamento; nel secondo caso la lite deve risolversi in una unica udienza, senza avvocati ma solo con un gruppo (3?) di giudici (saggi!!!) che, ascoltate le parti per un massimo di un’ora (?) per parte, emette una sentenza insindacabile e definitiva.

La scuola deve essere gratuita (a carico della comunità), in tutte le sue forme e in tutti i suoi livelli, per tutti i cittadini, perché la comunità non può permettersi di perdere l’occasione di accrescere il suo valore attraverso la cultura distribuita al suo interno né può rinunciare a menti eccelse solo perché provenienti da fasce sociali “a dignità minima”.
La scuola deve essere seria, selettiva e orientativa; seria nel senso che deve pretendere da sé stessa di trasmettere la conoscenza e deve essere un presidio di valore civico; selettiva nel senso che il diritto all studio deve essere a pannaggio di chi da detto diritto trae effettivo arricchimento; orientativa perché deve farsi carico di valutare le caratteristiche (i talenti?) degli studenti e deve aiutarli ad operare scelte giuste e coerenti con la propria personalità orientandone gli studi.

L’assistenza sanitaria deve essere gratuita (a carico della comunità) nelle forme necessarie e sufficienti a garantire la salute dell’intera popolazione della comunità perché questo rappresenta un elevato valore della comunità stessa; non sarà invece gratuita per le attività rivolte al benessere che sta oltre la buona salute, come palestre, chirurgia estetica mirata all’immagine, fanghi, occhiali griffati, stazioni balneari ecc…

come diminuire la spesa corrente dello Stato

PREMESSA

La maggiore necessità finanziaria dello Stato è data dalla spesa corrente: gli stipendi.
La macchina dello Stato produce servizi per i cittadini con molta inefficienza.
Il numero di dipendenti è largamente esorbitante le reali necessità produttive.
Ci sono larghe fasce di dipendenti “infedeli” che approfittano della situazione e percepiscono lo stipendio pur essendo più assenti che presenti e, quando presenti, ben poco efficaci.
La fascia dei dirigenti è inquinata da personaggi di assai dubbie capacità e/o di acclarata provenienza clientelare.
Siccome parliamo della “spesa corrente” dobbiamo intendere per dipendenti pubblici tutti coloro che, per la loro prestazione lavorativa, percepiscono denaro direttamente o indirettamente dallo Stato, a qualsiasi titolo: si va quindi dal Presidente della Repubblica all’ultimo precario co.co.qualcosa che, incaricato da un professionista privato che ha una consulenza da un ente pubblico x, distribuisce volantini.

Intervenire sul numero dei dipendenti pubblici licenziandone una parte significherebbe incidere sensibilmente sulla composizione sociale della popolazione essendo altissimo il numero di detti dipendenti: milioni di persone.
Interventi di licenziamento significherebbero l’immissione nella società di centinaia di migliaia di persone senza più un reddito, disperate e deprimenti l’economia di mercato generale, con successiva manifestazione di proteste, forse violente, e gesti estremi.

PROPOSTA

Il mio intervento non è punitivo ma mira solamente ed esclusivamente alla produzione di servizi migliori e più efficienti per i cittadini e per tutto lo Stato seppur con la possibilità di una diminuzione della spesa corrente.
Divido l’azione percorribile in due aree:
classe dirigente e classe impiegatizia/operaia.

Classe dirigente: nessuna pietà!

1) Decadenza immediata del principio di “diritto acquisito” e allontanamento immediato di tutti coloro che non hanno requisiti, conoscenze e meriti documentati (curricula) adatti a poter svolgere le funzioni proprie del loro mandato. Lo Stato non ha bisogno (per esempio) della sig.na Minetti alla Regione Lombardia, né del dott. Belsito alla vicepresidenza di Fincantieri, né del dott. Scilipoti in Parlamento; la sostituzione di simili dirigenti con personalità di provata competenza produrrebbe effetti positivi sia nell’organizzazione del lavoro che nella definizione e il raggiungimento degli obbiettivi degli enti per cui lavorano.

2) I dirigenti dello Stato non devono avere doppi incarichi ma devono lavorare solo ed esclusivamente per un ente, otto ore al giorno, con l’unico obbiettivo di far funzionare al meglio quell’ente. Il dott. Mastrapasqua dice di sapersi organizzare bene nei suoi 25 incarichi: cosa succederebbe se lavorasse 8 ore al giorno ad un solo incarico? Vediamo, per esempio, se lavorasse solo per l’INPS:
– si libererebbero 24 posti di lavoro dirigenziale
– si libererebbero un paio di posti dirigenziali all’INPS perché il loro lavoro verrebbe svolto direttamente dal dott. Mastrapasqua
– sarebbe sicuramente più coinvolto negli obbiettivi del suo lavoro
– sarebbe sicuramente più coinvolto nella organizzazione del lavoro sia del suo staff dirigenziale che di tutto l’ente perché sarebbe direttamente a contatto con la quotidianità dello svolgersi del lavoro e come un bravo manager privato dovrebbe preoccuparsi:
– di sentire settimanalmente e direttamente tutti i suoi dirigenti;
– di visitare le sedi;
– di indire e organizzare riunioni operative e di partecipare ad esse, anche nelle sedi più periferiche, per essere perfettamente a conoscenza della “macchina”, per ricevere le istanze, per comunicare gli obbiettivi, per motivare i dipendenti, per verificare gli andamenti: dalla pulizia dei pavimenti alla gestione finanziaria;
– di ricevere (dal ministro), elaborare e verificare gli obbiettivi;
– di constatare contestare e risolvere le inefficienze, dalla fotocopiatrice all’impiegato scorbutico o poco efficiente…

invece si “limita” a discorsi filosofici sui massimi sistemi e sulla interpretazione di dati e tabelle che, probabilmente, non sa né da chi né come sono stati prodotti. Per far bene il presidente dell’?INPS otto ore al giorno mi sa che non bastano, altro che 25 incarichi!

Classe impiegatizia e operaia:

Tutti coloro che non danno rendimenti sufficienti a giustificare la loro permanenza in attività lavorativa devono poter essere lasciati a casa mantenendo inalterato il loro diritto allo stipendio nella stessa identica quantità e qualità che se fossero rimasti attivi.
L’ente X che nella sede Y ha 100 dipendenti il cui lavoro potrebbe essere svolto da 70 dipendenti efficienti provvede a selezionare e proporre a 30 dipendenti la soluzione “a casa pagato”.

Vantaggi:
– La spesa corrente diminuirebbe, seppur di poco, perché sarebbe necessaria una minore quantità di infrastrutture e di servizi: 70 scrivanie invece di 100, 70 computer invece di 100, 70 uffici invece di 100 e così via; con risparmio di metri quadrati occupati che potrebbero essere messi a reddito, con risparmio di energia elettrica, riscaldamento, pulizie ecc.
– La motivazione media dei 70 rimasti sarebbe molto più alta di quella dei precedenti 100 per due ragioni: il riconoscimento della propria utilità e professionalità (chi non ne ha dimostrata sta “a casa pagato”) e la partecipazione “appassionata” al proprio lavoro e al raggiungimento degli obbiettivi.
– Nei 70 rimasti sarebbe mediamente più alto che nei precedenti 100 il desiderio e la pulsione a far funzionare meglio le cose perché i 70 rimasti non avrebbero più né il freno né psicologico né operativo dei 30 che prima o erano assenti o intralciavano il lavoro.

Il risultato sarebbe la produzione di servizi più efficienti e quindi migliori per il cittadino e conseguentemente un miglior funzionamento della macchina dello Stato.
Per percepire “il vantaggio” bisogna provare ad immaginare l’applicazione del metodo a livello globale, per esempio: le Province sono inutili? Bene, si chiudono e tutti i dipendenti restano “a casa pagati”. Si liberano un tot di immobili di prestigio che possono essere venduti o affittati; decadono bollette milionarie di acqua luce e gas; non sono più necessarie spese di manutenzioni ordinarie e straordinarie; la burocrazia si snellisce; tutti i freni e gli inghippi che prima servivano a giustificare l’esistenza delle Province non ci sarebbero più.
(Nessuno di voi conosce direttamente un dipendente pubblico che per vicende di alternanze politiche dell’amministrazione o vicende diverse è decaduto da un incarico, non ne ha ricevuto uno nuovo e continua a mantenere il suo posto di lavoro con tanto di scrivania senza avere qualcosa da fare? Io sì! Ne conosco almeno una mezza dozzina.)

La gestione di questa fase sarebbe cosa delicata, complessa e difficile; dovrebbe essere affidata ai dirigenti ma solo dopo l’applicazione delle innovazioni di cui in precedenza e quindi non alla sig.na Minetti, né al dott. Belsito né al dott. Scilipoti mentre penso che il dott. Mastrapasqua potrebbe riuscirci ma solo a patto di lavorare solo per l’INPS.

Ai rimasti “a casa pagati” dovrebbe essere applicato un regime più o meno di questo tipo:

1) divieto assoluto di generare redditi di qualunque tipo e con qualunque attività, pena il decadimento del diritto ad essere pagati;
2) obbligo a partecipare a corsi di riqualificazione volti a definire le loro reali vocazioni (che lavoro ti piacerebbe fare?) e a realizzare i prerequisiti necessari a svolgere quei lavori;
3) obbligo a sperimentarsi in quei nuovi lavori (lo stipendio rimane quello erogato dallo Stato ma il datore di lavoro contribuirebbe in una quota parte)
4) possibilità di mantenere a vita la sicurezza dello stipendio dello Stato, pur svolgendo un lavoro diverso presso una azienda privata, con le seguenti limitazioni:
– per il lavoratore l’impossibilità di percepire qualsiasi tipo di “premio” o “aumento di stipendio” da parte della azienda privata datrice del lavoro; per esempio: sei rimasto “a casa pagato” con 1.500 €/mese? Continui a percepire 1.500 €/mese anche se vai a fare l’Amministratore Delegato di una multinazionale a meno che rinunci allo stipendio dello Stato.
– per l’azienda privata datrice del lavoro l’onere di una quota parte dello stipendio, che lo Stato elargisce al dipendente, da devolvere direttamente allo Stato nella forma di una pagamento mensile alla Agenzia delle Entrate pari all’x% (50?) dello stipendio.
Sono evidenti i vantaggi per tutti:
Il lavoratore sperimenta nuove possibilità di vita
Lo Stato recupera una parte della spesa
L’azienda privata ha un minor costo del lavoro

Chi (tra i rimasti a casa pagati) decidesse di non voler fare null’altro che godersi la vita ne avrebbe facoltà mantenendo inalterato il diritto a percepire lo stipendio dello Stato, senza aumenti, scatti ecc., fino alla maturazione della pensione.
Per la comunità sarebbe comunque un costo inferiore a quello che avrebbe dovuto sostenere, sia in termini economici che di servizi ricevuti, per mantenergli gli stessi privilegi insieme al posto di lavoro mentre il lavoratore “a casa pagato” contribuirebbe al mercato senza dover subire lo stress del licenziamento e di tutte le sue conseguenze.

la siccità e il mercato

Il fatto è che è venuta la siccità.
Fino a ieri nessuno pensava che fosse possibile, abituati come eravamo a piogge e temporali, e la neve, e i ghiacciai e le montagne cariche d’acqua gelata che al momento opportuno si scioglieva in torrenti, fiumi, fonti, zampilli nei boschi e falde stracariche e trasudanti di acqua fresca, azzurra e chiara.
E così docce e shampoo, bagni coi sali, lavatrici e lavastoviglie, lavaggi auto, piscine, prati all’inglese anche in Sicilia (che se si chiamano all’inglese ci sarà un motivo!), con impianti di irrigazione che un’ora sì e un’ora no nebulizzavano quintali e quintali d’acqua al solo fine di curare la bellezza di un manto erboso verde e gonfio d’umidità: che poi mica è acqua sprecata! E’ acqua che torna nelle falde, ricompare nei pozzi o alle sorgenti e ritorna pronta all’uso.
E le industrie? Siderurgia, agricoltura, zootecnia, meccanica, edilizia, chimica… migliaia di migliaia di tonnellate al giorno.
Ma il problema non c’era: il magico ciclo che imparammo alle elementari (quello del mare che evapora e forma le nuvole che poi donano l’acqua sotto forma di pioggia) si ripeteva con regolarità; con una tale regolarità da essere fastidioso al punto d’aver inventato motti del tipo: piove, governo ladro. Come a dire che la pioggia era una scocciatura, un fastidio, un insulto impostoci da un dio incapace, colpevole solo e sempre di sottrarci felicità: il governo ladro, appunto.
Che Tempo fa? Uffa, anche oggi nuvoloso, dicevamo.
Ora non è più nuvoloso: c’è un cielo terso e azzurro, senza nemmeno una nuvoletta, da anni ormai.
Così è arrivata la siccità.
Per un po’ ci hanno detto che non era un problema e ci hanno illusi con continui annunci di avvistamenti di nuvole in avvicinamento o di prossime basse pressioni e invece… non c’è più acqua.
Non c’è più acqua per l’agricoltura, per i laminatoi, per gli animali; per alcuni non c’è più nemmeno l’acqua da bere. Siamo preoccupati e, scaricando la responsabilità ad altri diversi da noi, chiediamo ai governanti di fare il necessario per risolvere l’emergenza. Naturalmente appena possibile sprechiamo un po’ della residua acqua sia per la forza dell’abitudine sia per autoconvincerci che il dramma è per gli altri e non per noi.
I governanti, perpetrando lo scarica barile, si sono affidati ai più esperti meteorologi e rabdomanti che, pensa e ripensa, hanno partorito una geniale idea per una possibile via d’uscita dalla siccità:
1) far pagare di più l’acqua da bere;
2) limitare il consumo dell’acqua da bere;
3) provvedere al graduale riempimento delle falde d’acqua, ora secche, mediante irrigazione.
Va bene, paghiamo di più l’acqua da bere perché essa costituisce un consumo significativo in quanto beviamo tutti; invece piscine e prati inglesi, che pure consumano per ammissione dei rabdomanti stessi, hanno un consumo stimato relativamente inferiore e quindi una maggiore entrata derivante da imposizioni sull’acqua per piscine non darebbe il gettito atteso così come invece le maggiori entrate per imposte sull’acqua da bere.
Magari si potevano fare tutte e due ma… va bene.
Limitare l’acqua da bere, per le stesse ragioni di prima; anche perché bere bevi ogni giorno mentre la piscina la cambi una volta al mese o a stagione, non so bene.
Sta di fatto che per alcuni non c’è più nemmeno l’acqua da bere e già si contano le prime morti per sete o da disidratazione.
Poi c’è il terzo punto: quello di innaffiare le zone sopra le falde per riempire le falde stesse.
La chiamano “la ricrescita”. Mah!
Se prendiamo la poca acqua che abbiamo, la buttiamo nel terreno per farla arrivare alle falde e poi la ripeschiamo abbiamo solo sprecato tempo e soldi e di acqua ne avremo sempre meno.
Sprechiamo proprio l’acqua che ci manca nell’illusione che l’acqua si possa seminare spargendola in terra per poi raccoglierla a primavera; oltre tutto, se anche fosse, bisognerebbe innaffiare!!
Alle elementari, ricordate? Il mare evapora, forma le nuvole e poi piove.
L’acqua arriva così. Solo così!
Per avere l’acqua ci vuole la pioggia e perché piova ci vogliono le nuvole.
Ecco il problema: non ci sono più le nuvole.
Sì è vero, prima sprecavamo acqua al biondo dio senza porci alcun freno: se fossimo stati più attenti? Se avessimo avuto comportamenti meno avidi e più responsabili? E il buco nell’ozono? E le centinaia di atomiche da Bikini in poi? ecc. ecc.
Resta il fatto che adesso non ci sono più le nuvole e sembra che nessuno se ne accorga.
E il mare? Il sole? Il vapore.
No, quelli, almeno per il momento, ci sono ancora; è che è girato il vento e le nuvole si accumulano altrove, lontano da qui.
Le nuvole sono andate in Asia, in Sud America… mentre qui non si fermano più, non ci sono più.
Qui c’è la siccità.
Gli animali la conoscono la siccità, meglio di noi. E meglio di noi sanno cosa fare e a quali rischi si va incontro.
Cosa fare? Migrare, in cerca di un territorio fertile e rigoglioso, bagnato da benefiche piogge, coperto da nuvole gonfie e generose.
Quali rischi si corrono? La morte!! La morte per disidratazione, per fame e per sete prima d’aver trovato il nuovo Eden, se ci si è messi in cammino; o a casa propria se non ci si è mossi.
Le 3 Grazie: Rigore, Tasse e Ricrescita possono solo accelerare la morte sprecando la poca acqua residua in una improbabile operazione di innaffio delle falde acquifere secche.
La mia proposta? Non la so! Tu prova a sostituire acqua con ricchezza, pioggia con lavoro e nuvole con mercato.

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