sogno nr. 9: La startup e l’Orientale

Ho il progetto di un macchinario a forma di imbuto per la bonifica del mare da idrocarburi, fra dieci giorni costituisco una srl per la sua produzione e ho fatto un sogno.

La start-up e l’orientale

Ho dato il mio progetto ad uno scienziato/ricercatore/professore orientale affinché lo esamini e mi dia un parere. Oggi questo “Orientale” è tornato con il suo responso; è arrivato con un aereo militare, in un posto isolato, una specie di landa, e ad attenderlo ci siamo io e un comitato di accoglienza composto da alcune personalità. L’Orientale scende dalla scaletta dell’aereo e si avvicina; è vestito all’occidentale con giacca e cravatta, né casco né altro; ha una espressione dura con un leggero ghigno che vorrebbe essere un sorriso.

Sono meravigliato della situazione e vorrei vederla meglio: allora zummo indietro come con Google Earth e così mi appare il panorama: una landa, con questo aereo tipo U2 (aereo spia che – scopro mentre scrivo – si chiama Dragon Lady e ha nel nome qualcosa a che fare con l’oriente) con tutte le armi staccate dalle ali e ordinate a terra come nelle manifestazioni aeree; c’è un gruppetto di persone, fra cui io stesso, che ricevono l’Orientale. Il colore dominante è l’ocra della sabbia/terra di quella landa.

L’orientale mi rende il business plan del mio progetto e così scopro che ha tolto un dispositivo ausiliario (nella realtà l’ho fatto anche io) e lo ha sostituito con una retina a tappeto rotante.

L’idea mi piace ma noto che mentre io ho fatto tutti bei disegni lui si è limitato a copiare un disegno di una cosa simile giusto per dare l’idea: lui non ha perso tempo a fare un bel disegno.

In un’aula magna c’è tanta gente per una conferenza dell’Orientale; io lo ringrazio per l’apporto dato e faccio l’esempio del dito in cancrena che io non mi taglierei, se fosse il mio, ma che il bravo chirurgo mi taglierebbe per salvarmi la vita.

Fuori dall’aula magna ci sono dei bambini che giocano con una specie di automobile di plastica, grande come una scarpa, nel modo tipico di tenerla col braccio teso sopra un tavolino strusciandola avanti e indietro. L’Orientale e io notiamo con meraviglia che in effetti è un giocattolo del mio progetto; siamo stupiti e vorremo sapere da dove viene, chi l’ha fatto… Ci avviciniamo, lui alla madre dei bambini, con fare goffo e atteggiamento interrogativo, con l’indice alzato ma senza riuscire a parlare; io ai bambini e approfittando di una loro pausa nel gioco afferro il giocattolo e lo capovolgo: è un guscio vuoto con delle ruotine, non contiene né il brevetto né l’idea; ne sono moderatamente sollevato.

Sono a pranzo a casa dell’Orientale; c’è sua moglie e un paio di figli, sono gentili: i bambini giocano educatamente, la moglie è sorridente e lui sempre serio.

La stanza è lunga e stretta, il tavolo, per il lungo, in un angolo;  l’Orientale è seduto in fondo, a capo tavola, sollevato rispetto a me e sua moglie; io devo sedermi alla sua sinistra ma dietro alla mia sedia c’è quella di sua moglie che quindi non siede a tavola ma sta alle mie spalle. Lo spazio è stretto e io mi incastro fra il tavolo e la donna, non completamente, rimanendo un po’ inclinato e in una posizione scomoda. Per di più sul tavolo c’è una cosa alta, di forma regolare, che occupa la maggior parte dello spazio alla mia sinistra così che il mio posto è come se fosse uno stretto sportello di un ufficio vecchio stile: da una parte il muro e dall’altra l’ostacolo.

Così son seduto di traverso, incastrato fra il tavolo e la donna e con lui che sta alla mia destra un po’ in alto; i bambini giocano più in là ed è evidente che mangeremo solo lui ed io mentre la moglie no.

Quando mi siedo non mi accorgo della presenza o meno di piatti e portate né mi accorgo di qualcuno che li porti in tavola. La portata è una testa umana uguale alla testa del padrone di casa.

Una testa a testa: una per me una per l’Orientale; una testa glabra, color giallo oro carico, con un aspetto cinese, rubicondo, soddisfatto e tranquillo, posata nel piatto dritta sul collo, con un qualche sughetto alla base. Non fa ribrezzo o schifo ma mi imbarazza.

L’Orientale si volta verso di me e sua moglie guardandoci dall’alto verso il basso e finalmente si apre in un sorriso; dice alla moglie, contento e compiaciuto, “lui è geniale”, riferendosi a me. Anche la moglie, che invece sorride sempre, è contenta e compiaciuta ma non dice una parola.

La pelle della testa viene via come fosse una maschera di silicone, con i fori degli occhi e della bocca; la carne è bianca, della consistenza del petto di pollo, si stacca con la forchetta, a pezzi, facilmente: è buona, saporita, morbida, con un gusto leggero e delicato. Io non avevo mai mangiato carne umana e mi meraviglio di questo sapore così buono e a me gradito ma mangio solo due o tre bocconi, staccati dallo zigomo di sinistra. Non noto se lui mangi o no.

Mi alzo e cammino lungo il tavolo verso una saletta che forse è l’ingresso. C’è un tavolino con su un vassoio di caramelle gommose e colorate, a forma di bambini, mentre i bambini veri dell’Orientale mi giocano intorno educatamente e senza arrecarmi il minimo disturbo.

Nel sogno mi ricordo che quelle caramelle hanno una valenza non apprezzabile, non ricordo più quale ma come se fossero alieni, e per quella ragione in un’altra occasione onirica mi venne dato l’incarico di distruggerne alcune, un po’, e io le distrussi in un modo scientifico ma non mi ricordo né come né chi mi diede quell’incarico. Con una forchetta infilzo con una certa violenza un po’ di queste caramelle e le divoro.

I bambini parlano del nonno con qualcuno ma non si intendono se materno o paterno e allora io suggerisco di ribattezzare i nonni con nonnamà, nonnapà, nonnopà e nonnomà.

Torno verso il mio posto ma mi pare che loro, l’Orientale e sua moglie, non ci siano più; forse sua moglie è dall’altra parte del tavolo, in un’altra stanza che affaccia sul tavolo, come fossimo un una sorta di tavola calda cinese.

I piatti con le teste non ci sono più e al mio posto c’è una coppetta d’argento o di porcellana, piena di cioccolatini incartati con carta metallica lucida, brillante e di tutti i colori.

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sogno nr. 8

c’è un letto grande, è casa mia, e sdraiati sul letto, vestiti, ci siamo io, in mezzo, federica alla mia destra e paolo gs. alla mia sinistra.
siamo più semiseduti che distesi.
paolo è lui ma le sembianze sono simili a quelle di pietro b.
federica è la mia compagna e non so se lei ci crede veramente in me o se piuttosto non si possa alimentare del mio non riuscire, non per cattiveria o altro ma solo per risvolti esistenziali che io non saprei decifrare.
d’altra parte anche io credo poco in me stesso, forse mi decifro meglio ma non serve a risolvere il risvolto esistenziale.
paolo è un noto critico d’arte, professore di storia dell’arte, curatore artistico, direttore di una accademia… un pezzo grosso, insomma.
ha curato una mia mostra, dieci anni fa, e dopo un avvio dubbioso (gli presentai alcuni acquarelli scarsetti) si ritrovò abbastanza convintamente entusiasta delle duecento e passa tele che portai a siracusa.
pietro è un mio conoscente locale, un professionista affermato, separato da non molto, alla ricerca di una nuova vita sentimentale ed esistenziale; ultimamente coi capelli lunghi ed un aspetto da cowboy pretende d’essere dominante ed allo scopo agisce.
è uno di sinistra che ha saputo farsi benissimo gli affari suoi.
disprezza certe pratiche, come i condoni, ma si fa strapagare perché lui è bravo nel suo lavoro.
certe volte ha dei veri e propri lampi di violenza negli occhi; vuole sovrastarti, parla solo di sè.
una volta mi disse: tu vuoi fare l’agnellino… mi sono offeso a morte e non lo ho mai più frequentato sfuggendogli.
è stato un buon cliente dei miei quadri e ne ha comperati quattro o cinque ben pagandoli.
bene: io dico a paolo (con le sembianze di pietro) che ora vorrei fare un salto di qualità non nel senso dei quadri ma del mercato.
gli dico che ne ho venduti centinaia a prezzi ridicoli ma sempre con commenti ed apprezzamenti entusiasti e che il mio sistema di vendita non può produrre nulla, tantomeno “affermazione” né storicizza alcun che.
lui dice “ah, sì, ho visto due quadri tuoi a casa di mario o.: molto belli e interessanti…”
mario o. esiste davvero e davvero ha dei quadri miei, comperati su eBay.
ah dico io, a mestre… interviene federica per dire che mario non ne capisce, perchè dico io, sì dice lei, è uno che… la interrompo, non c’entra niente lascia perdere…
insomma, dico a paolo, mi sono rivolto a meeting art, una casa d’aste seria che tu conoscerai certamente, ma non mi cagano di striscio.
federica dice che non è poi una cosa seria, ma perchè le chiedo, ma sì lascia perdere, dice lei…
vabbè, tronco, e torno a parlare con paolo.
lui dice che sì, è una via giusta… forse, dico io, servirebbe una presentazione, forse bisognerebbe avere un critico e una galleria alle spalle, insomma qualcosa che certifichi con autorevolezza e mi chiedevo se tu… lui prende il telefonino fa un numero e parla con qualcuno citando meeting art, ma non capisco bene, si alza e si allontana in corridoio parlando al telefono.
mi alzo anche io e subito fuori dalla camera apro dei cassetti pieni di disegni miei, in un mobile di legno rosso tutto cesellato e decorato con filetti d’oro… è un piccolo portagioie che fu di mia madre, diventato enorme nel mio sogno.
paolo torna verso me e allora io richiudo questi tre enormi cassetti e mi appresto ad ascoltarlo.
tz tz… è federica, con il caffè, mi sveglio un po’ di soprassalto… ciao, mi dice lei.
ciao… e mi sollevo un po’ di scatto.
aahhh! un crampo tremendo nel polpaccio, risbatto sul letto, ahi ahi, tremendo! niente niente adesso mi passa…
come va? bene, bene… lascialo qui il caffè, adesso mi passa…

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sogno nr 7

eravamo in una casa… che non conosco e c’erano mio padre, mia madre e mia sorella.
se fosse stato un quadro, per chi avesse guardato: io di spalle, in primo piano, dalla cintola in sù, mia madre davanti a me, vicina, a figura intera e vestita con una delle sue camice da notte, bianca con i bordini azzurri e i ricamini; mio padre un po’ discosto, verso sinistra, oltre un gradino e come sotto una porta ad arco che da verso un altro ambiente della casa, un po’ nell’ombra; mia sorella più lontana sulla destra, su un pavimento in marmo lucido a palladiana sul rosso, come quello di casa sua, anche lei nell’ombra.
io ero morto ma ancora vivo, i miei morti morti e mia sorella viva viva.
l’atmosfera è commossa e surreale, comunque buia.
mia madre mi si avvicina un po’ guardandomi con tenerezza.
io mi inginocchio, l’abbraccio e le dico qualcosa a confermarle il mio amore; lei dice che per me mai nulla è stato scontato e questa è stata la mia fatica, mentre allunga la mano sinistra verso mia sorella in una sorta di saluto, di contatto michelangiolesco.
allora io dico: ma adesso cosa succede?
se sono morto, perchè sono ancora qui? com’è? c’è una morte ufficiosa ed una ufficiale?
voi siete morti e quindi lo sapete.
pa’: tu sei morto e anche tu, mamma. com’è stato? perchè sei morta? perchè non sono stato bravo?
comunque adesso sono morto anche io.
però siamo ancora qui.
forse deve passare un po’ di tempo.
papà dimmi: è che poi ci si addormenta stanchi e non ci si sveglia più?
ma solo dopo che si è già morti da vivi?
e allora perchè da vivi sembra che quando uno muore muore e basta?

beh, affronterò questa giornata!

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sogno nr 6

ho sognato poul mccartney a casa mia! io avevo un atteggiamento di reverenza nei suoi confronti e lui era amichevole. c’era anche un pianoforte fatto in modo strano e che comprendeva dal lato opposto alla tastiera un aggeggio elettronico, un mixer/radio, o una cosa del genere, in grado di trasmettere musica. io lo invitavo con molta delicatezza a suonare o cantare e per farlo ogni tanto accennavo qualcosa al piano; poi ho suonato l’incipit di let it be ed allora lui èvenuto al piano e gli ho immediatamente ceduto il posto ansioso e felice d’ascoltarlo. ma il mixer trasmetteva una musica e c’era anna che lo comandava e non lo spegneva. allora l’ho guardata dicendo solo: ”ma, scusa…” e lei ha spento. e poul ha suonato. let it be, let it be, let it beee, let it be!
poi avevo mio figlio piccolo in braccio, anche io ero giovane ed eravamo giusti. era esattamente il periodo di questa foto. lo tenevo con la faccetta verso avanti reggendolo con le braccia chiuse ad anello e lo facevo ridere. e lui rideva! ci passava qualcosa davanti, forse gente o carri di carnevale, non ricordo, ma gli dicevo “ops!”, facendolo sussultare, e lui rideva.
poi mi sono abbassato a scatti, aprendo un poco le braccia per poi richiuderle subito ad ogni movimento e ad ogni movimento lui rideva contento. finchè l’ho posato a terra. allora si è voltato verso di me con la sua faccetta (era bellissimo a quell’età) un po’ preoccupata, come a chiedere una spiegazione. non ti preoccupare, gli ho detto, non vado via, non ti lascio solo.

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sogno nr 5

sono arrivato in auto (non quella di adesso e nemmeno quella prima ma quella di prima ancora: la balena bianca, come la chiamava il meccanico) in un posto che era come una privata carsolina (case di contadini dove gli stessi possono, in certi periodi dell’anno, vendere i loro prodotti come vino e salumi in regime d’esenzione da tasse): un prato, una discesa verso la cantina della casa, con una porta finestra grande e dentro il bancone, le botti e i frigoriferi e tavolini per gli avventori… sono sceso in auto verso la cantina, fin contro la porta, anzi ci son proprio sbattuto contro.
non c’erano avventori. nessuno.
la padrona è una faccia che nel sogno era qualsiasi ma in realtà io quella faccia la conosco ma non riesco, dopo una giornata che ci penso, a dargli un nome o una collocazione.
poi sono andato via, in retro marcia, e la macchina sbandava di qua e di là come una banderuola.
sono arrivato su e c’era anche una specie di baracchino per le bibite, nel prato, con il marito della signora, anche lui solare e sorridente (mentre scrivo mi rendo conto che lei è la padrona del posto e del sogno e lui solo una comparsa).
esco dal cancello e vado via.
poi torno, non so perché, e faccio più o meno le stesse cose.
giù dalla discesa mi pare ci fossero uno o due bambini, piccoli.
la tizia è una presenza che non saprei ben definire ma aleggia, incombe, come uno sfondo.
poi me ne rivado e in macchina c’è una ragazzina che…è mia figlia; tutto normale.
torniamo a casa e mentre salgo le scale reggo con le mani delle carte, buste o cose del genere, col dorso delle mani verso terra e gli oggetti un po’ premuti verso le gambe.
abbasso lo sguardo verso la mano sinistra e con sorpresa mi accorgo che non è una cartellina quel che reggo ma una bimbetta piccola che, mentre la guardo, è come se si rigonfiasse da quella forma a busta per riprendere la sua forma reale.
è bellissima e mi guarda sorridente, io la prendo bene in braccio, come si tengono i bimbi piccoli, e lei si stringe e si coccola, sempre luminosa e sorridente, bellissima.
allora io penso che è la figlia di quella signora e come diavolo adesso ce l’ho io?
forse è salita nell’auto mentre era ferma in fondo alla discesa…
dico a mia figlia: dobbiamo riportarla subito alla mamma!
lei dice che no, possiamo telefonare.
no, dico io, non è possibile: dobbiamo riportarla subito perché la mamma sarà preoccupata, si arrabbierà…
ma no, dice la ragazzina, mia mamma non dirà niente, vedrai che non dice niente.
mia mamma? penso io. ma quale mamma? allora mia figlia è figlia di quella signora? sorella della bimbetta…
insomma risalgo in macchina e torno in quel posto.
la signora è li, con quella faccia che conosco ma non riconosco da sveglio e nel sogno è solo la signora di quel posto.
io imbarazzato dico: guardi chi c’è in macchina! lei si avvicina affabile e sorridente ma quando vede la bimbetta, che è sempre un sole, si adombra e poi si arrabbia e mi dice eh no! questo no! questo non dovevi farmelo!! e si arrabbia molto… furibonda s’ira.
vado via subito, con la balena bianca, naturalmente sentendomi in grande colpa, un delinquente.
l’altra ragazzina è sparita dal sogno.

ieri sera sono andato a mangiare la pizza con…
mi ha raccontato di essere andato a sentire un concerto per il presidente e di essersi seduto io ottima posizione sopra l’orchestra e con visuale perfetta delle prime file della platea.
mi ha detto d’aver riconosciuto alcuni notabili della città citandone qualche nome o carica.
alcuni li conosco o li ho conosciuti… uno di questi aveva una moglie bellissima, all’epoca della balena bianca, e…
non somiglia per nulla alla faccia del sogno, né la fisionomia, né i capelli, né gli occhi… nulla!
era pazzerella e bellissima (ricca e jet set) e così io, dopo poco, le dissi che non era cosa.
si offese molto. era furibonda!! fece scenate.
una notte venne a casa mia e con l’auto sfondò (l’ho detto che era pazzerella!) la porta scorrevole della cantina-garage, in fondo alla discesa.
si era appena separata e viveva in una casa in mezzo al bosco, come quella delle fate, con un bel prato intorno e fiori, in fondo ad una piccola discesa.
poi la riincontrai e mi disse che forse era incinta.
poi la riincontrai e mi disse che non era vero.
poi la riincontrai in un ristorante, anni dopo: un momento di dubbio (chi è?) e mi salutò radiosa.
poi non l’ho incontrata mai più.
vent’anni fa.

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sogno nr 4

qualcuno dice che una coppia di… parenti? si è sposata con sfarzo nella chiesa; mia madre ascolta con sguardo teso (è la foto della lapide, ha lo sguardo triste ma fiero che quando gliela scattarono aveva appena pianto e i capelli acconciati in su, in un modo che non saprei definire).
dice che quei due si sono sposati così per superare nella memoria il matrimonio di hena, l’amica d’infanzia di mia madre.
e perché? dice lei.
perché, spiego, la chiesa è appena stata ristrutturata e questo è il primo matrimonio e così sfarzoso sarà ricordato come il primo nella chiesa nuova.
lei ascolta perplessa e con disappunto.
vedo una specie di zanzara, ma più grande, più alta, che le sta sulla spalla sinistra, proprio sopra la clavicola, forse la punge, sugge e poi forma una goccia, come una lacrima, che si appende al… becco ed esita non poco prima di ricaderle sulla spalla.
allarmato dico: ma cos’è…
mia sorella dice che sono i pappagallini peruviani!
ma come i pappagallini!? lo scaccio e mentre le prendo la mano penso a come distruggere sti pappagallini: con un veleno… ma se poi non muoiono subito e la pungono ancora possono avvelenare anche lei… penso a come fare.
sollevo la sua mano e la porto verso di me e così vedo che sul braccio e su fino al collo ha una fila di ferite rotonde, dei forellini rossi e sanguinanti; nel primo tratto, da sopra al gomito, sono allineati in tre file sfalsate e poi dalla spalla verso il collo si allargano a macchia, numerosi.
lei sembra non accorgersi né delle ferite né di me, ha sempre lo sguardo attonito, sembra in trance; sono preoccupato seriamente e non capisco.

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sogno nr 3

qualcuno abita nella casa di via castello, che fu la casa della mia giovinezza, dalla seconda media alla maturità.
allora io ci torno ed entro mentre non c’è nessuno.
come se nulla fosse entro in una stanza ed apro la mia valigia cominciando a sistemare delle cose, come fossi dietro un banchetto.
poi arrivano due donne di mezza età, probabilmente vestite di nero, che aprono la porta di casa, mi vedono e si spaventano tantissimo.
io cerco di calmarle dicendo loro: sono io, sono l.p., prima abitavo qui, non spaventatevi… e loro si calmano, come se si rendessero conto della normalità della cosa.
poi arrivano altri ed io sono sempre dietro sto banchetto con quelle cosucce.
sono molto evidenti, nel sogno, le porte finestre con quei balconcini piccoli (ci si sta in due) e rotondi e le ringhiere in ferro battuto, a non più di un metro dalla soglia della porta finestra, che nelle giornate di nebbia diventavano invisibili e semprava di abitare tra le nuvole.
e fuori il cavalcavia con pierluigi che ogni mattina passava per andare a scuola, mi faceva segno, io sempre in ritardo… e le giornate di sole, la luce che inondava la cucina, mia madre che cucinava, cianni, le insalate di patate lesse…
ormai è ora di cena, o pranzo?, e io mi preparo e non so come, quasi con un gesto magico, mi metto addosso un completino con camicia azzurro chiaro e pantaloni e gilet dorati, ma così dorati che sberluscicano ed anche io mi sento… risplendente.
mi accorgo che i nuovi padroni di casa, i miei ospiti, hanno vestiti poveri e le mani segnate, sporche, le unghie nere.
sento il disagio del mio abitino principesco e penso/agisco per mimetizzarlo, almeno spegnerlo da quei luccichii… non so che fare.

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