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fuoco

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mostra

La mostra… eccola qui
Se clicchi su qui ti trovi le icone e clicchi le icone e vedi le immaginette e clicchi le immaginette e vedi le figurone: la mostra è tutta qui!
E’ una mostra, la solita mostra qualunque che puoi trovare laddove c’è un appassionato che si dà da fare come meglio può, in lotta con gli spazi, le politicucce, i costi, le persone… e che viene circondato dai “soliti” hobbysti o artisti o esperti o presunti tali fra la quale: io.
Non è la più brutta, non è la più bella; una media di 1,5 visitatori/giorno, alcuni con 7 presenze di circa 2 ore ciascuna, a caccia di autoaffermazione e gratificazione personale, altri mossi da sincera curiosità; tutti del “giro”, tutti “pittori”, tutti “artisti” e fra la quale: io.
All’inaugurazione (lì c’era il 90% dei visitatori totali che sono sempre gli stessi ma accompagnati per l’occasione da parenti stretti ed amici pensionati) un professore di filosofia, filosofo ed esperto di Mozart, pure giovane, mi ha scritto sette pagine (clicca qui) di presentazione e le ha lette tutte e sette. Fra l’altro non male ed interessanti sono alcuni spunti di riflessione che mi ha dato.
Poi mi è stato chiesto di parlare io.
Io? E che devo dire? No grazie, ringrazio tutti gli intervenuti ed il professore che tanta attenzione mi ha dedicato ma io non so dire nulla e nulla ho da dire: quello che volevo/dovevo fare è appeso ai muri e altro non c’è.
Beh, dice il presidente della proloco, l’inaugurazione è finita e, ehh, eehhh… beh, buona serata a tutti.
Eh sì, li ci andava “…ed andiamo a brindare al nostro artista” ma l’artista non ha previsto rinfreschi, brindisi, panini e stuzzichini.
Alla gente piace questa convivialità nutriente e dissetante, fatta di chiacchiere, frizzantini, tartine e pasticcini. A me no.
Ricordo che anni fa facevo il rinfresco, anzi l’ho sempre fatto sino ad ora. A Sistiana c’erano più di 200 persone, ad una delle mie inaugurazioni. Mi è costata una tombola, ho dovuto cercare viveri e vettovaglie in itinere di “vernissage”; era settembre e stavano fuori, panorama mare, a magnà e beve.
Ed io ero loro grato per essere intervenuti, per avermi gratificato della loro presenza, per avermi donato il loro tempo e la loro attenzione.
Poi un giorno andai alla vernice di un altro di noi, uno che non tanto conoscevo né conosco ma che è amico di un mio amico.
Lui aveva messo sul tavolo del rinfresco addirittura un prosciutto intero!!
C’era una quantità inimmaginabile di cibo ed alcolici dal mitico frizzantino alle grappe di monovitigno e una quantità di appassionati d’arte che si abbuffavano come… appassionati d’arte affamati: ma di suini, non d’arte, ammesso che lì ci fosse arte.
Verso le 8 di sera l’atmosfera era a dir poco eccitata per via del tasso alcolico, delle chiacchiere, delle risate e… dei ruttini che qua e là rimandavano alla gozzoviglia in corso.
Io non voglio pagare gente che mi faccia compagnia e complimenti; è che… è che ancora non sono e quindi non mi posso avvalere di “aiutanti” ma il mio obbiettivo è di non andarci proprio né alla vernice né in generale alle mie mostre.
Sì certo, mostre ne farò ancora e ancora perché ho deciso che voglio fare il pittore e solo quello e quindi devo vendere i quadri o quello che so fare in quell’intorno e speriamo che me la cavo e che “la società” mi riconosca questo privilegio.
Quando uno ti paga per quello che fai è come se ti dicesse: “va bene, tu puoi continuare a fare quel che fai ed io ti pago affinché tu possa andare avanti” mentre se nessuno ti paga vuol dire che la “società” non ti vuole in quel ruolo, non ti riconosce quel diritto o privilegio e non valuta positivamente il tuo lavoro.
Ho preso fior fior di stipendi per fare cose che a mio modestissimo avviso erano assolute “cazzate”, fondamentalmente inutili quando non addirittura dannose alla “società”, eppure la “società” mi pagava, eccome!
E poi a me quei lavori (ne ho cambiati un tot) non piacevano.
Uno dice: tu hai la fortuna d’esser nato sano e forte, d’aver studiato, di non essere stato in guerra, di non aver mai patito la fame… devi, dico: “devi” tentare di esserti utile e di essere utile! E come?, se non dando qualcosa di te.
E se dai qualcosa di te sei contento purché tu sia quello che fai, in armonia con te stesso e con il creato.
Questa è l’arte e questo inseguo.
L’arte è vivere ed ognuno di noi è chiamato a realizzare il suo capolavoro: la sua stessa vita.
Essere nel proprio posto con giustezza e consapevolezza e realizzare il proprio mandato a vivere nel modo congruo allo scopo è l’arte.
E uno dei modi può essere dipingere ma anche coltivare un campo o lavorare il legno, oppure inseguire le stelle o la fisica subatomica, o fare il pane, del buon pane, per i tuoi concittadini.
Artifex, l’artigiano, chi concretizza l’astrattezza dell’arte: l’unico soggetto cui si può accoppiare il verbo “creare” ed il più grande artigiano fu il dio che in sette giorni, maniche rimboccate, ti ha impastato l’universo.
Allora arriva un signore, anche lui pittore, e si guarda intorno sorridente poi si avvicina e dice: “posso?”.
Sun qi apposta!
Io cerco la verità, dov’è la verità? Lei lo sa? E dov’è la sua verità in questi quadri?
Io ero già contento così, anche se non ha comprato niente e quindi non gli interessa veramente che io continui a cercare la mia verità in questo modo nè tantomeno ravvisa alcunchè meritevole di esborso di risorse, nel mio lavoro. Fosse per lui potrei tranquillamente smettere domani.
Intendiamoci: io appendo il mio "creato" ai muri e non devo spiegazioni ma anche chi guarda non deve spiegazioni. Se gli piacciono già dice bene; se poi compera è un trionfo ma se gli fanno schifo va bene e mi deve andar bene lo stesso e senza alcuna sua spiegazione.
Sono io che mi metto in mostra, sono io che chiedo attenzione, sono io che chiedo un riconoscimento, sono io che chiedo un prezzo e tu puoi rispondere no! no! no! no! su tutti i fronti e in tutte le direzioni in piena e totale libertà ed autonomia.
Lui lavora e poi dipinge per passione ma questo secondo me non è proprio giusto e non va tantissimo bene e… toglie verità: conosco uno che di giorno vende bond in banca e poi suona il blues di notte: è necessariamente falso in tutto e per tutto, nel blues e quando spenna un povero cristo con quei maledetti giochi di soldi e di potere. Certo comunque che c’è lavoro e lavoro e non tutti vendono i bond.
Comunque dico: “la verità?! una domanduccia qualsiasi ed una parolina magica!”
La prima difficoltà è dire a parole, perché le parole sono convenzioni e le convenzioni sono interpretabili e le parole sono poche e io ne conosco, di quelle poche, una parte infinitesima e così si perdono le sfumature e anche il senso di quel che si pensa.
I concetti e perfino le cose esistono solamente se c’è una parola che li definisce; ho sentito che gli eschimesi hanno non so quante parole: 10, 20 per chiamare altrettanti tipi di neve mentre noi abbiamo solo una parola: neve, per l’appunto e questo vuol dire che per noi la neve ha pochi significati, poche sfaccettature e poca importanza mentre per loro è una cosa importantissima ed il fatto che sia un poì più o un po’ meno riflettente o bianca o cristallina o chessò io può essere un fatto di vitale importanza; così hanno tante parole, tante nevi diverse che conoscono, distinguono e considerano.
E poi il cervello funziona per immagini che generano emozioni che si trasformano in pensieri: immagini che vanno tradotte in parole per me italiane, per un arabo arabe, per un cinese mandarine… e così le immagini devono essere mediate anche da una cultura e da un linguaggio.
Troppi passaggi e troppe approssimazioni nelle chiacchiere.
Guardi, ho scritto questo sulle parole, tempo fa, ma se lei vuole può dargli una letta e anche tu puoi cliccando qui, proprio su qui.
Lui legge e dice che già a metà gli manca il senso della verità, già su parole come bello, brutto, buono, cattivo…
Io non ho risposte tranne una: in ogni situazione o ci fai o ci sei.
Se ci sei è vero, se ci fai: no!
Non è troppo semplice! E’ la vera verità.
La ricerca della felicità coincide con la ricerca di sè stessi, con la possibilità di essere sè stessi senza se e senza ma, senza il dovere o il bisogno di apparire per quello che si ritiene meglio o più opportuno e senza l’ansia dell’approvazione e della benevolenza di chicchessia.
Non esiste che io o altri ti si possa spiegare cosa sono l’amore o l’odio per te perché amore e odio sono dentro di te, i tuoi, e solo tu li puoi trovare e solo tu sai come sono e solo tu, sempre, sai se sei nel giusto, nella verità o nella menzogna.
Dice: e la pittura?
Ma la pittura è un mezzo, non un fine: come il pane, come la casa, come la tua donna, come l’amicizia, come i soldi, come il creato.
Il fine è l’amore del dio padre, il mezzo è il creato.
Perché quell’amore possa essere è necessario un creato in cui si concretizzi.
Così è il mio quadro: è il mio amore per la vita, la mia arte (che non c’entra con le classifiche della storia dell’arte) il modo in cui dichiaro a me stesso d’esistere, ed esisto in questo modo.
Quanto io sia vero non lo so e sicuramente ancora non tantissimo e faccio una fatica boia a cercare di mettermi in pratica in ogni momento della mia giornata.
Ognuno usa uno strumento personale per dichiarare la propria esistenza ed appartenenza a questa vita e quella che trovo la migliore intuizione in materia è l’idea di “intima necessità” espressa da Kandinsky.
Lui si riferisce alla pittura e dice che un “vero” artista dipinge ciò che non può fare a meno di scegliere poiché quella è l’intima necessità, la sua vera urgenza.
Io direi che tu fai quel che sei perché non puoi fare diversamente: se sei amore per la vita allora sarai vero, se sei disamore o addirittura odio per la vita allora sarai falso perché contro la vita.
Kandinsky si è posto il problema del “perché”, Van Gogh meno, o forse per nulla.
Lui aveva il problema di un certo tono del giallo, di una certa luce violetta, del bianco di zinco… e di poter mangiare.
Sentiva la “sacralità” del suo vivere, scriveva che “L’uomo non sta sulla terra solo per essere felice, neppure per essere semplicemente onesto. Vi si trova per realizzare grandi cose per la società, per raggiungere la nobiltà d’animo e andare oltre la volgarità in cui si trascina l’esistenza di quasi tutti gli individui” e ancora “Se varrò qualcosa più in là, la valgo anche adesso, perché il grano è grano, anche se i cittadini all’inizio lo scambiavano per erba”.
Che Van Gogh, fra i pittori, sia stato uno dei più prossimi alla verità in quanto tale?
E sempre Kandinsky ha espresso la teoria del triangolo magico tra l’artista, l’opera e il fruitore dove il fruitore si specchia nell’opera in cui l’artista ha messo verità.
Perciò non voglio più andare alle mie mostre: perché non voglio spiegare, non voglio influenzare con la mia presenza, non mi interessa che una persona a cui sono simpatico mi dica ma che bravo ma che bello… è tutto falsato, poco vero.
La verità è che se io ci sono, nei miei quadri, allora anche tu ci sarai, sempre nei miei quadri: a patto che tutti e due si sia almeno un po’ veri.
Ma se io nel mio quadro non ci sono, se l’ho fatto per dimostrare qualcosa a me stesso o agli altri, se ho illustrato quel che vorrei fosse e non ho tentato di esprimere quello che è e che sono , allora non serve che spieghi perché la ca…cca più la giri e più puzza.
Meglio tacere e continuare a nascondersi dietro l’immagine che si vuol dare di sè.
E siccome si può essere in mille modi diversi, siccome il mezzo che si sceglie non è il fine, per queste ragioni io penso che non importi nulla, specie in questo momento storico, che il pittore si esprima in un paesaggio o nell’astratto, con ritratti o l’informale o come diavolo vuole: quel che conta è cosa ci mette dentro.
Se vuole dimostrare qualcosa è falso.
Se vuole raccontare qualcosa forse è vero.
Poi c’è il talento, la tecnica.
Un contadino può intonare melodie dolcissime mentre ara il suo campo ma non potrà mai metterle in una partitura per orchestra d’archi perché non ne conosce la tecnica.
Ma diffiderei moltissimo di chi in forza della conoscenza di una tecnica pretendesse di fare arte solo perché fa suonare detta orchestra d’archi secondo i canoni.
Anche il fruitore, anche in questo caso, può metterci o meno del suo e può riconoscere in quel lamento l’anima di un uomo, dell’Uomo, oppure la spocchia della tecnica nel compositore meccanico, così come lo pseudo rutto di uno schiavo della terra o la giustezza dell’arte dell’Uomo nella composizione eccelsa ed ispirata di un uomo che avesse dedicato la sua vita ad apprendere ogni minimo segreto del mezzo attraverso il quale ha deciso di esprimere la sua anima.
Insomma, secondo me non c’è la scansione dei “mezzi” in buoni o cattivi.
L’uomo si esprime in ogni istante della sua vita ed in ogni istante deve scegliere se ci è o ci fa e se sceglie di esserci può esserci anche, anche e non solamente!, nei modi più semplici o banali o addirittura incomprensibili.
Van Gogh quando dipingeva c’era e come! e dipingeva una sedia, un paio di scarpe vecchie, un cielo a strisce blu e gialle… non importa quel che fai, ma come lo fai!
Io ci sono? Ehhh, questo non lo so. Ma credo di dover fare ancora parecchia strada, così tanta che non mi basterà il resto, ormai esiguo, della mia vita.
Però giuro che ci provo.
Così faccio quei quadri quadrati, poi li attacco tutti insieme un po’ a casaccio, secondo l’"ispirazione" del momento e poi li appendo ad un muro per dire “eccomi, ci sono anch’io, esisto e sono così (o vorrei essere così? ehi ehi ehi, non si imbroglia neh! e non voglio imbrogliare, non so quanto ci sono e quanto ci faccio ed ho molti dubbi).
Dice: e perchè li metti così?
Sai che non lo so; un giorno (dieci anni fa?) m’è venuto e l’ho fatto.
Poi li ho messi su un muro, in una mostra e sono arrivati i miei simili, altri esseri umani, e vedono, si allontanano un po’, cambiano vista, tornano indietro, vedono di qua, poi di là, poi guardano meglio, scelgono un punto a destra o a sinistra o in mezzo o in alto o in basso e sembra che leggano il resto secondo un loro proprio e preciso senso.
Nei tempi morti leggevo il Corano. O guardavo i miei quadri.
Le sure del Corano sono raccolte per lunghezza ed i versetti per selezione di luoghi e momenti in cui sono stati pronunciati da Maometto secondo chi quei versetti aveva trascritto e conservato.
Insomma non c’è un senso logico né tantomeno cronologico. E ci sono sette modi per interpretare il tutto.
Eppure il tutto c’è e dice quello che dice, è quello che è: il Corano.
Io guardo di soppiatto l’effetto che fa e mi son fatto l’idea che anche i miei quadri siano un po’ una sorta di corano, con la c minuscola e senza alcuna intenzione blasfema, dove tutte le sure, sempre minuscolo, sono raccolte secondo un ordine casuale e non cronologico, logico o consequenziale… così come il Fedele del Corano può aprire il suo libro sacro in un punto qualsiasi e leggere la Sura che gli capita sott’occhio ed in quella Sura trovare comunque la parola e la verità del Profeta, il “fruitore” del mio lavoro può cominciare dove vuole, nel modo che vuole, col senso che vuole e forse in ogni quadretto c’è un po’ della mia verità.
Basta!

mostra

La mostra… eccola qui
Se clicchi su qui ti trovi le icone e clicchi le icone e vedi le immaginette e clicchi le immaginette e vedi le figurone: la mostra è tutta qui!
E’ una mostra, la solita mostra qualunque che puoi trovare laddove c’è un appassionato che si dà da fare come meglio può, in lotta con gli spazi, le politicucce, i costi, le persone… e che viene circondato dai “soliti” hobbysti o artisti o esperti o presunti tali fra la quale: io.
Non è la più brutta, non è la più bella; una media di 1,5 visitatori/giorno, alcuni con 7 presenze di circa 2 ore ciascuna, a caccia di autoaffermazione e gratificazione personale, altri mossi da sincera curiosità; tutti del “giro”, tutti “pittori”, tutti “artisti” e fra la quale: io.
All’inaugurazione (lì c’era il 90% dei visitatori totali che sono sempre gli stessi ma accompagnati per l’occasione da parenti stretti ed amici pensionati) un professore di filosofia, filosofo ed esperto di Mozart, pure giovane, mi ha scritto sette pagine (clicca qui) di presentazione e le ha lette tutte e sette. Fra l’altro non male ed interessanti sono alcuni spunti di riflessione che mi ha dato.
Poi mi è stato chiesto di parlare io.
Io? E che devo dire? No grazie, ringrazio tutti gli intervenuti ed il professore che tanta attenzione mi ha dedicato ma io non so dire nulla e nulla ho da dire: quello che volevo/dovevo fare è appeso ai muri e altro non c’è.
Beh, dice il presidente della proloco, l’inaugurazione è finita e, ehh, eehhh… beh, buona serata a tutti.
Eh sì, li ci andava “…ed andiamo a brindare al nostro artista” ma l’artista non ha previsto rinfreschi, brindisi, panini e stuzzichini.
Alla gente piace questa convivialità nutriente e dissetante, fatta di chiacchiere, frizzantini, tartine e pasticcini. A me no.
Ricordo che anni fa facevo il rinfresco, anzi l’ho sempre fatto sino ad ora. A Sistiana c’erano più di 200 persone, ad una delle mie inaugurazioni. Mi è costata una tombola, ho dovuto cercare viveri e vettovaglie in itinere di “vernissage”; era settembre e stavano fuori, panorama mare, a magnà e beve.
Ed io ero loro grato per essere intervenuti, per avermi gratificato della loro presenza, per avermi donato il loro tempo e la loro attenzione.
Poi un giorno andai alla vernice di un altro di noi, uno che non tanto conoscevo né conosco ma che è amico di un mio amico.
Lui aveva messo sul tavolo del rinfresco addirittura un prosciutto intero!!
C’era una quantità inimmaginabile di cibo ed alcolici dal mitico frizzantino alle grappe di monovitigno e una quantità di appassionati d’arte che si abbuffavano come… appassionati d’arte affamati: ma di suini, non d’arte, ammesso che lì ci fosse arte.
Verso le 8 di sera l’atmosfera era a dir poco eccitata per via del tasso alcolico, delle chiacchiere, delle risate e… dei ruttini che qua e là rimandavano alla gozzoviglia in corso.
Io non voglio pagare gente che mi faccia compagnia e complimenti; è che… è che ancora non sono e quindi non mi posso avvalere di “aiutanti” ma il mio obbiettivo è di non andarci proprio né alla vernice né in generale alle mie mostre.
Sì certo, mostre ne farò ancora e ancora perché ho deciso che voglio fare il pittore e solo quello e quindi devo vendere i quadri o quello che so fare in quell’intorno e speriamo che me la cavo e che “la società” mi riconosca questo privilegio.
Quando uno ti paga per quello che fai è come se ti dicesse: “va bene, tu puoi continuare a fare quel che fai ed io ti pago affinché tu possa andare avanti” mentre se nessuno ti paga vuol dire che la “società” non ti vuole in quel ruolo, non ti riconosce quel diritto o privilegio e non valuta positivamente il tuo lavoro.
Ho preso fior fior di stipendi per fare cose che a mio modestissimo avviso erano assolute “cazzate”, fondamentalmente inutili quando non addirittura dannose alla “società”, eppure la “società” mi pagava, eccome!
E poi a me quei lavori (ne ho cambiati un tot) non piacevano.
Uno dice: tu hai la fortuna d’esser nato sano e forte, d’aver studiato, di non essere stato in guerra, di non aver mai patito la fame… devi, dico: “devi” tentare di esserti utile e di essere utile! E come?, se non dando qualcosa di te.
E se dai qualcosa di te sei contento purché tu sia quello che fai, in armonia con te stesso e con il creato.
Questa è l’arte e questo inseguo.
L’arte è vivere ed ognuno di noi è chiamato a realizzare il suo capolavoro: la sua stessa vita.
Essere nel proprio posto con giustezza e consapevolezza e realizzare il proprio mandato a vivere nel modo congruo allo scopo è l’arte.
E uno dei modi può essere dipingere ma anche coltivare un campo o lavorare il legno, oppure inseguire le stelle o la fisica subatomica, o fare il pane, del buon pane, per i tuoi concittadini.
Artifex, l’artigiano, chi concretizza l’astrattezza dell’arte: l’unico soggetto cui si può accoppiare il verbo “creare” ed il più grande artigiano fu il dio che in sette giorni, maniche rimboccate, ti ha impastato l’universo.
Allora arriva un signore, anche lui pittore, e si guarda intorno sorridente poi si avvicina e dice: “posso?”.
Sun qi apposta!
Io cerco la verità, dov’è la verità? Lei lo sa? E dov’è la sua verità in questi quadri?
Io ero già contento così, anche se non ha comprato niente e quindi non gli interessa veramente che io continui a cercare la mia verità in questo modo nè tantomeno ravvisa alcunchè meritevole di esborso di risorse, nel mio lavoro. Fosse per lui potrei tranquillamente smettere domani.
Intendiamoci: io appendo il mio "creato" ai muri e non devo spiegazioni ma anche chi guarda non deve spiegazioni. Se gli piacciono già dice bene; se poi compera è un trionfo ma se gli fanno schifo va bene e mi deve andar bene lo stesso e senza alcuna sua spiegazione.
Sono io che mi metto in mostra, sono io che chiedo attenzione, sono io che chiedo un riconoscimento, sono io che chiedo un prezzo e tu puoi rispondere no! no! no! no! su tutti i fronti e in tutte le direzioni in piena e totale libertà ed autonomia.
Lui lavora e poi dipinge per passione ma questo secondo me non è proprio giusto e non va tantissimo bene e… toglie verità: conosco uno che di giorno vende bond in banca e poi suona il blues di notte: è necessariamente falso in tutto e per tutto, nel blues e quando spenna un povero cristo con quei maledetti giochi di soldi e di potere. Certo comunque che c’è lavoro e lavoro e non tutti vendono i bond.
Comunque dico: “la verità?! una domanduccia qualsiasi ed una parolina magica!”
La prima difficoltà è dire a parole, perché le parole sono convenzioni e le convenzioni sono interpretabili e le parole sono poche e io ne conosco, di quelle poche, una parte infinitesima e così si perdono le sfumature e anche il senso di quel che si pensa.
I concetti e perfino le cose esistono solamente se c’è una parola che li definisce; ho sentito che gli eschimesi hanno non so quante parole: 10, 20 per chiamare altrettanti tipi di neve mentre noi abbiamo solo una parola: neve, per l’appunto e questo vuol dire che per noi la neve ha pochi significati, poche sfaccettature e poca importanza mentre per loro è una cosa importantissima ed il fatto che sia un poì più o un po’ meno riflettente o bianca o cristallina o chessò io può essere un fatto di vitale importanza; così hanno tante parole, tante nevi diverse che conoscono, distinguono e considerano.
E poi il cervello funziona per immagini che generano emozioni che si trasformano in pensieri: immagini che vanno tradotte in parole per me italiane, per un arabo arabe, per un cinese mandarine… e così le immagini devono essere mediate anche da una cultura e da un linguaggio.
Troppi passaggi e troppe approssimazioni nelle chiacchiere.
Guardi, ho scritto questo sulle parole, tempo fa, ma se lei vuole può dargli una letta e anche tu puoi cliccando qui, proprio su qui.
Lui legge e dice che già a metà gli manca il senso della verità, già su parole come bello, brutto, buono, cattivo…
Io non ho risposte tranne una: in ogni situazione o ci fai o ci sei.
Se ci sei è vero, se ci fai: no!
Non è troppo semplice! E’ la vera verità.
La ricerca della felicità coincide con la ricerca di sè stessi, con la possibilità di essere sè stessi senza se e senza ma, senza il dovere o il bisogno di apparire per quello che si ritiene meglio o più opportuno e senza l’ansia dell’approvazione e della benevolenza di chicchessia.
Non esiste che io o altri ti si possa spiegare cosa sono l’amore o l’odio per te perché amore e odio sono dentro di te, i tuoi, e solo tu li puoi trovare e solo tu sai come sono e solo tu, sempre, sai se sei nel giusto, nella verità o nella menzogna.
Dice: e la pittura?
Ma la pittura è un mezzo, non un fine: come il pane, come la casa, come la tua donna, come l’amicizia, come i soldi, come il creato.
Il fine è l’amore del dio padre, il mezzo è il creato.
Perché quell’amore possa essere è necessario un creato in cui si concretizzi.
Così è il mio quadro: è il mio amore per la vita, la mia arte (che non c’entra con le classifiche della storia dell’arte) il modo in cui dichiaro a me stesso d’esistere, ed esisto in questo modo.
Quanto io sia vero non lo so e sicuramente ancora non tantissimo e faccio una fatica boia a cercare di mettermi in pratica in ogni momento della mia giornata.
Ognuno usa uno strumento personale per dichiarare la propria esistenza ed appartenenza a questa vita e quella che trovo la migliore intuizione in materia è l’idea di “intima necessità” espressa da Kandinsky.
Lui si riferisce alla pittura e dice che un “vero” artista dipinge ciò che non può fare a meno di scegliere poiché quella è l’intima necessità, la sua vera urgenza.
Io direi che tu fai quel che sei perché non puoi fare diversamente: se sei amore per la vita allora sarai vero, se sei disamore o addirittura odio per la vita allora sarai falso perché contro la vita.
Kandinsky si è posto il problema del “perché”, Van Gogh meno, o forse per nulla.
Lui aveva il problema di un certo tono del giallo, di una certa luce violetta, del bianco di zinco… e di poter mangiare.
Sentiva la “sacralità” del suo vivere, scriveva che “L’uomo non sta sulla terra solo per essere felice, neppure per essere semplicemente onesto. Vi si trova per realizzare grandi cose per la società, per raggiungere la nobiltà d’animo e andare oltre la volgarità in cui si trascina l’esistenza di quasi tutti gli individui” e ancora “Se varrò qualcosa più in là, la valgo anche adesso, perché il grano è grano, anche se i cittadini all’inizio lo scambiavano per erba”.
Che Van Gogh, fra i pittori, sia stato uno dei più prossimi alla verità in quanto tale?
E sempre Kandinsky ha espresso la teoria del triangolo magico tra l’artista, l’opera e il fruitore dove il fruitore si specchia nell’opera in cui l’artista ha messo verità.
Perciò non voglio più andare alle mie mostre: perché non voglio spiegare, non voglio influenzare con la mia presenza, non mi interessa che una persona a cui sono simpatico mi dica ma che bravo ma che bello… è tutto falsato, poco vero.
La verità è che se io ci sono, nei miei quadri, allora anche tu ci sarai, sempre nei miei quadri: a patto che tutti e due si sia almeno un po’ veri.
Ma se io nel mio quadro non ci sono, se l’ho fatto per dimostrare qualcosa a me stesso o agli altri, se ho illustrato quel che vorrei fosse e non ho tentato di esprimere quello che è e che sono , allora non serve che spieghi perché la ca…cca più la giri e più puzza.
Meglio tacere e continuare a nascondersi dietro l’immagine che si vuol dare di sè.
E siccome si può essere in mille modi diversi, siccome il mezzo che si sceglie non è il fine, per queste ragioni io penso che non importi nulla, specie in questo momento storico, che il pittore si esprima in un paesaggio o nell’astratto, con ritratti o l’informale o come diavolo vuole: quel che conta è cosa ci mette dentro.
Se vuole dimostrare qualcosa è falso.
Se vuole raccontare qualcosa forse è vero.
Poi c’è il talento, la tecnica.
Un contadino può intonare melodie dolcissime mentre ara il suo campo ma non potrà mai metterle in una partitura per orchestra d’archi perché non ne conosce la tecnica.
Ma diffiderei moltissimo di chi in forza della conoscenza di una tecnica pretendesse di fare arte solo perché fa suonare detta orchestra d’archi secondo i canoni.
Anche il fruitore, anche in questo caso, può metterci o meno del suo e può riconoscere in quel lamento l’anima di un uomo, dell’Uomo, oppure la spocchia della tecnica nel compositore meccanico, così come lo pseudo rutto di uno schiavo della terra o la giustezza dell’arte dell’Uomo nella composizione eccelsa ed ispirata di un uomo che avesse dedicato la sua vita ad apprendere ogni minimo segreto del mezzo attraverso il quale ha deciso di esprimere la sua anima.
Insomma, secondo me non c’è la scansione dei “mezzi” in buoni o cattivi.
L’uomo si esprime in ogni istante della sua vita ed in ogni istante deve scegliere se ci è o ci fa e se sceglie di esserci può esserci anche, anche e non solamente!, nei modi più semplici o banali o addirittura incomprensibili.
Van Gogh quando dipingeva c’era e come! e dipingeva una sedia, un paio di scarpe vecchie, un cielo a strisce blu e gialle… non importa quel che fai, ma come lo fai!
Io ci sono? Ehhh, questo non lo so. Ma credo di dover fare ancora parecchia strada, così tanta che non mi basterà il resto, ormai esiguo, della mia vita.
Però giuro che ci provo.
Così faccio quei quadri quadrati, poi li attacco tutti insieme un po’ a casaccio, secondo l’"ispirazione" del momento e poi li appendo ad un muro per dire “eccomi, ci sono anch’io, esisto e sono così (o vorrei essere così? ehi ehi ehi, non si imbroglia neh! e non voglio imbrogliare, non so quanto ci sono e quanto ci faccio ed ho molti dubbi).
Dice: e perchè li metti così?
Sai che non lo so; un giorno (dieci anni fa?) m’è venuto e l’ho fatto.
Poi li ho messi su un muro, in una mostra e sono arrivati i miei simili, altri esseri umani, e vedono, si allontanano un po’, cambiano vista, tornano indietro, vedono di qua, poi di là, poi guardano meglio, scelgono un punto a destra o a sinistra o in mezzo o in alto o in basso e sembra che leggano il resto secondo un loro proprio e preciso senso.
Nei tempi morti leggevo il Corano. O guardavo i miei quadri.
Le sure del Corano sono raccolte per lunghezza ed i versetti per selezione di luoghi e momenti in cui sono stati pronunciati da Maometto secondo chi quei versetti aveva trascritto e conservato.
Insomma non c’è un senso logico né tantomeno cronologico. E ci sono sette modi per interpretare il tutto.
Eppure il tutto c’è e dice quello che dice, è quello che è: il Corano.
Io guardo di soppiatto l’effetto che fa e mi son fatto l’idea che anche i miei quadri siano un po’ una sorta di corano, con la c minuscola e senza alcuna intenzione blasfema, dove tutte le sure, sempre minuscolo, sono raccolte secondo un ordine casuale e non cronologico, logico o consequenziale… così come il Fedele del Corano può aprire il suo libro sacro in un punto qualsiasi e leggere la Sura che gli capita sott’occhio ed in quella Sura trovare comunque la parola e la verità del Profeta, il “fruitore” del mio lavoro può cominciare dove vuole, nel modo che vuole, col senso che vuole e forse in ogni quadretto c’è un po’ della mia verità.
Basta!

morena

ero la, seduto al bar
davanti ad un caffè
che… andava giù
quando lei
mi ha chiesto se
sei tu?
è andata
si è presentata, cioè:
l’unica compagnA di scuola che io abbia mai avuto!!
eh sì: ho fatto l’asilo maschile, le elementari maschili, le medie maschili, l’itis maschile (tranne lei) e l’università maschile; tranne lei, appunto, che, come una cometa comparve, nel 1965 credo, in II b.
era l’unica ragazza della classe e come lei stessa ricorda la trattavamo con rispetto e con… sospetto: una sorta di alieno, una femmina!
beh, abbiamo chiacchierato per 2 o 3 ore, vero?, di tutto ed abbiamo scoperto anche d’averci interessi simili e passi simili nelle nostre vite.
ma la cosa più strana è stata il ritrovarsi con un testimone in carne ed ossa del passato.
mi ha riportato a com’ero, ai sogni ed alle illusioni, agli amici, la casa di monza, le primavere e la luce del sole, la bici, il parco e la leggerezza e la magnifica incoscienza della gioventù che ora è andata via ed ha portato con sè i miei sogni lasciandomi nella realtà (forse!)
e la realtà si è fatta anche in questo inaspettato e vivificante incontro, nello stupore di entrambe, nella meraviglia di esserci ancora e nella consapevolezza di dover andare avanti.
sono molto contento d’averti incontrata e chissà, forse ci rivedremo ancora!
ciao!

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